Una nuova libreria! Oggi a Lecce, domani, sabato 10 ottobre, si inaugura, alle 18.00, la libreria Gutenberg, all'1/e di Viale Felice Cavallotti. Ospite della serata Valentina Fortichiari che autografa le copie del suo “Lezioni di nuoto. Colette e Bertrand, estate 1920”, edito da Guanda.
Due “g” si intersecano capovolte in un abbraccio e lo moltiplicano in una texture infinita nel manifesto che annuncia l'inaugurazione della nuova libreria Gutenberg. Un ambiente bianco, quattro grandi lampadari rossi, in quella che è una vecchia “istituzione” della città: luogo di Posta, di corrispondenze, di pacchi in partenza. C'erano due fratelli a gestire, sempre col da fare, gli occhialini sul naso e francobolli, timbri, annulli, cedole, corda e carta spessa, l'odore acre d'inchiosto e un tavolo scrittorio. Poi son venute altre cose, meno “nobili” e adesso, i libri e uno spropositato amore per loro, per la scrittura e per le esperienze autoriali. Caterina Calcagno con alle spalle esperienze editoriali e di gestione bibliotecaria, Elisabetta Liguori, che nutre libri con la sua scrittura, Teresa Romano, libraia di lungo corso e direttore editoriale per Giulio Perrone di una collana dedicata al Sud. Sono le 'artefici' di questo nuovo spazio (con Valentina Sansò consigliera d'immagine e d'arredo). Tre, (quattro donne) e tutto l'intorno entusiasta! “La lettura è un viaggio alla ricerca della felicità”, recita il biglietto d'invito. E' difficile trovare ancora dei buoni librai. A Lecce la scuola è buona, il libro è ancora oggetto apprezzato nonostante le flessioni di vendita dei tempi di crisi. L'avventura della libreria è un rischio ma l'entusiasmo può compensare! E qui, tutto sembra dettato da una voglia incredibile di riuscire a far bene, con la giusta cura, con la necessaria umiltà. Gutenberg, Johann, lo sapete, è colui che a Magonza negli anni cinquanta del quattrocento inventò la stampa a caratteri mobili e tutto quanto serviva a pensare la produzione in serie del libro: il torchio modellato su quello dei vignaioli renani, l'inchiostro capace di legare con i metalli che in fusione davano corpo alle matrici delle pagine. Prima di lui, i metodi tradizionali per produrre libri consistevano nel trascrivere a mano, dall'originale a un altro testo. Era il lavoro che svolgevano i copisti, nei monasteri (noi qui lo sappiamo, abbiamo avuto Casole ad Otranto e Melpignano col suo scrittorium e l'opera di quelle mani attente la trovi “persa” in tutta Europa). Esistevano già da tempo - ad esempio in Cina - tecniche per la produzione in serie di fogli scritti o di illustrazioni, ma si trattava di processi scarsamente efficienti, basati in genere su matrici in legno in cui doveva essere incisa come unico blocco l'intera pagina da riprodurre. La diffusione di queste tecniche per la stampa di testi rimase limitatissima. Poi Gutenberg, l'orafo che si fece tipografo come queste tre che prendono impresa! E già le invenzioni s'annunciano... come fare a far convivere una libreria con la massiccia fermata dei bus urbani? Vedrete, vedrete..! Auguri!
La satira impazza, è così quando c'è un personaggio che tira la volata alle matite, alla vèrve dei vignettisti e dei barlezzettieri politici. La rete, Facebook, i blog, la comunicazione laterale insomma fa bordone, un coro unanime di scontenti e di sconcertati tenta di dare una scossa all'incantesimo che sembra aver preso quel sessanta e più per cento di italiani che nonostante tutto credono ancora al Nosto Lui. Anzi più le spara e più si gasano. Più ne dice e più ne vorrebbero sentire. In realtà non c'è da preoccuparsi: agli italiani piacciono i comici. Siamo tutti un po' comici e quando c'è un furiclasse tutti rimaniamo a bocca aperta in attesa che il ridere ci invada. Un meccanismo antico che aiuta e favorisce il depensamento, sottrazione che tanto piace al popolo delo stivale. Poi c'è tutto il contorno, la retorica, l'epopea del Capo, dell'uomo meneghino che virtuoso per “natura” (certo con qualche aiutino) s'è fatto da solo... queste cose qui agli italiani piacciono moltissimo. Uno sturbo potersi identificare, proiettarsi in un Lui superiore. Non accade così con il calcio, con i campioni: sono tutti noi, sono ognuno di noi!Un'emulazione contemplativa che sazia a quanto pare perchè non risulta che poi le cose vadano così bene! Prendete quelli che si sentono d'essere Valentino Rossi. Li vedi sfrecciare a tutta lungo i viali della città, sulle litoranee. Belli bardati nelle loro tenute e poi... ripercorrete la cronaca dell'estate appena trascorsa e capirete l'inciso... Ma torniamo al ridere.
La più bella è sua Facebook. Fa il verso alla battuta «Sono di gran lunga il miglior presidente del consiglio in 150 anni di storia». Pronunciata davanti ad un imbarazzato Jose Luis Zapatero a La Maddalena, il premier italiano rispondeva a un giornalista spagnolo nel corso della visita in Sardegna del capo del governo di Madrid Zapatero per il vertice Italia Spagna.
Una vignetta. C'è un basso Berlusconi di spalle, davanti allo specchio. Lo specchio è in alto e Nano B. lo interroga: “Specchio delle mie brame chi è il miglio premier degli ultimi 150 anni del reame?” Lo specchio, che non riflette nessuno risponde “Ma chi c...o parla?”. Bella no? Rende? Lascio aperto l'interrogativo. Già chi parla?
Lavoro in psichiatria e, le persone che incontro non hanno queste proiezioni di megalomania.Dunque Silvio Berlusconi non è 'matto'! Non straparla in preda a Narciso. Non è posseduto.
Egli è proprio così! Semplicemete “se la crede”, dicono dalle nostre parti.
E' unico ed è tutti. Niente di speciale in fondo, avrà più denari, più potere, ma tutti gli Italiani maschi si credono play boy, toreri, conquistatori e cacciatori e anche pescatori. Tutti gli italiani maschi dicono d'essere innamorati di tutte le donne e via via, via via, via via... tutto il repertorio delle banalità. Certo uno stravagante il Nostro Lui, ogni tanto esagera, pare delirare, ha la sindrome del recordman, slega la lingua e parla, parla, parla e forse non sa quel che veramente dice! Un matto? No! Egli è folgorato dallo stare in scena batte e detta i tempi, sorprende il pubblico e tutto l'uditorio... Lascia indietro i comprimari,strapazza il cerimoniale e i cerimonieri... insomma un fuoriclasse dello spettacolo. Solo che ha sbagliato scena. Purtroppo per noi non se n'è accorto!
Oppure, siamo noi che non ci siamo accorti che lo spettacolo ormai straripa! Vediamo che ci dice uno che era matto veramente, Guy Ernest Debord, nel 1967 se ne uscì con una profezia, un libro il titolo tutto un programma: La Società dello Spettacolo che denuncia il processo di trasformazione dei lavoratori in consumatori operato dal capitale.
Nell'ultimo capitolo, il numero nove, titolato L'Ideologia Materializzata leggiamo: “Lo spettacolo, che cancella i limiti dell'io e del mondo con l'annientamento dell'io, assediato dalla presenza-assenza del mondo, cancella ugualmente i limiti del vero e del falso con la rimozione di ogni verità vissuta sotto la presenza reale della falsità assicurata dall'organizzazione dell'apparenza. Chi subisce passivamente la propria sorte quotidianamente estranea è dunque spinto verso una follia che reagisce illusoriamente a questa sorte con il ricorso a tecniche magiche. Il riconoscimento e il consumo delle merci sono al centro di questa pseudorisposta ad una comunicazione senza risposta. Il bisogno di imitazione che prova il consumatore è precisamente il bisogno infantile, condizionato da tutti gli aspetti del suo spossessamento fondamentale. Secondo i termini che Gabel applica ad un livello patologico diverso, «il bisogno anormale di rappresentazione compensa qui un sentimento torturante di essere ai margini dell'esistenza»”.
Un po' difficile? Ma no, rende sapete! Applicatevi oltre la banalità e vedrete che quel matto di Debord c'aveva azzeccato!
Il filosofo francese Muore suicida con un colpo di fucile il 30 novembre 1994. Non ha retto al massimo avverarsi della sua premonizione. Il 26 gennaio 1994 con discorso televisivo di 9 minuti, quasi a reti unificate, Silvio Berlusconi aveva annunciato la sua scesa in campo!!!
Sandro Frisullo, un politico limpido, 'finalmente' agli onori della cronaca nazionale! Ce ne ha messo di tempo per conquistarsi le prime pagine della grande stampa. Lui, l'uomo di D'Alema, il deus ex machina dei Ds del Salento, accomunato al grande Silvio. Sua moglie storica militante del PCI, avvocato e consigliere comunale del Pd, è la donna più “tempestata” d'Italia, tutti la cercano, tutti la vogliono anche perchè il marito ex vicepresidente dimissionato della Regione Puglia, da tempo non risponde al telefono. Il morale in famiglia è alto, un po' di rabbia ma niente drammi, niente cacciate di casa. Comprensione e perdono questo impone la trista ora.
Certo, che figura, un compagno come lui! «Torneremo più forti» assicura la veronica salentina!
Certo, bisognerà convincere il partito, i 'fratelli coltelli' sempre in movimento, nel quadro mobile e molle delle alleanze nel Pd salentino (e non solo in quello).
Una buona carta per i nemici interni la berlina mossa dal Corriere della Sera di ierilaltro con la pubblicazione dei verbali degli interrogatori a Tarantini. I sussurri si son fatte grida!
«E' uno schifo» (leggiamo su l'Unità di ieri) dice a caldo Sergio Blasi candidato in quota bersani alla guida del Pd di Puglia, e continua: «Chi si iscrive al Pd deve avere un certo stile di vita, altrimenti via. Sulla questione morale non si scherza». Autorevole!
Flavio Fasano - ancora digiuno dei nomi (?!)- lo scorso venerdì 4 settembre, sollecitava (dalle pagine del Nuovo Quotidiano di Puglia) a difesa della dignità e del ruolo della politica, le quote rosa del partito a reagire contro «le voglie libidinose di qualche “sporcaccione” di turno rappresentante indegno delle istituzioni democraticamente elette».
E le donne si son fatte sentire con una nota (di seguito riportata integralmente) che Paola Martino, coordinatrice del Forum provinciale delle donne del Partito Democratico, ha diffuso - dopo poche ore l'intervento di Fasano - con un comunicato stampa diramato dal Coordinamento Provinciale del Pd di via Tasso: «Mi auguro che la magistratura faccia chiarezza al più presto su presunti coinvolgimenti di ex assessori della Giunta regionale in scambi di favori e prestazioni sessuali, in modo che chi è coinvolto risponda pubblicamente per gli atti commessi, anche perché non è corretto giudicare e condannare sulla base di generiche indiscrezioni e affidare una tematica così delicata, che coinvolge donne e uomini, ai tanti ‘si dice’ che rischiano di alimentare il gossip trasformando la politica regionale e nazionale in un set degno del Grande Fratello. Non c’è e non ci sarà mai spazio nel Partito Democratico per chi interpreta la politica come esercizio di potere personale nel perverso intreccio tra scambi di favori e prestazioni sessuali», scrive Paola Martino d’intesa con le donne che nel Pd ricoprono incarichi istituzionali, sottolineando come le donne del Partito Democratico, che portano avanti quotidianamente la loro battaglia politica per l’affermazione e il rispetto delle donne dentro e fuori il partito, non abbiano dubbi nel disapprovare gli spregevoli comportamenti che sembrano emergere dalle notizie apparse sui giornali su presunti coinvolgimenti di ex assessori della Giunta regionale.
«Non può avere cittadinanza né nel Pd né in nessun altro partito chiunque abbia utilizzato il proprio ruolo politico per motivi personali e si sia servito del ricatto sessuale per rispondere ad un bisogno primario quale quello del lavoro. Fare chiarezza al più presto permetterà anche al Partito Democratico, e alle tante forze che vi sono all’interno e che credono in questo progetto, di guardare avanti e lavorare alla costruzione di una comunità migliore in cui il rispetto dell’altro, il rispetto delle regole e la moralità siano tra i valori fondanti e imprescindibili».
Parole importanti, amare, alcune molto pesanti. Ci tocca quel “guardare avanti e lavorare alla costruzione di una comunità migliore”.
Ecco, sarebbe il caso!
Applausi a Carmelo Pasimeni! Veri e sentiti al Prorettore dell'Università di Lecce, finalmente una voce autorevole esprime la perplessità di molti, dà parole a quel silenzioso muoversi di teste perplesse, desolate, stupite, stanche di quanto accade in terra salentina e rivolgendosi al neo assessore alla Cultura e vice presidente della Provincia di Lecce, Simona Manca ha levato il suo garbato no. Basta con il proliferare di premi spesso senza senso in terra salentina. La provincia e chi ha un qualche peso nelle decisioni e nelle strategie di promozione culturale dia uno sguardo e tenti un 'regulation' dell'inutile fenomeno per tentare di andare all'essenziale. Frenare, ridurre la folle accelerazione di questo territorio ubriaco di eventi spesso senza senso. Premi 'senza sguardo', 'acritici' che vedono attribuire anche 10 riconoscimenti alla stessa persona in una stagione mentre iniziative ed esperienze importanti vengono non considerate, tralasciate, dimenticate.
Basta con serate simili in serate diverse!
Basterebbe ragionare, pensare ad un osservatorio critico, ad un consiglio di valutazione che renda le Istituzioni - chiamate spesso a sovvenzionare il nulla – tutelarsi dallo sperpero di denaro pubblico.
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Ma è bene andare indietro e farsi aiutare anche per trovare giusta memoria e giusto passo per governare il futuro.
C'erano una volta le “Celebrazioni Salentine”. Furono istituite nel 1952 e furono la premessa, pensate, della fondazione della Libera Università Salentina, con l’istituzione della Facoltà di Magistero, nel novembre 1955. L'ideatore fu Teodoro Pellegrino. Nato a Brindisi nel 1908, fu direttore della Biblioteca Provinciale, fondata nel 1863, dal 1935 al 1973. Scomparso il 10 aprile 1985.
Scrive Ennio Bonea in un bellissimo ricordo significativamente titolato “Teodoro Pellegrino manager culturale” su Apulia, (marzo 2000) periodico edito dalla Banca popolare pugliese: “Per uscire dalla provincia, trovò la “sponda” metropolitana nel modo più “provinciale”, cioè con la istituzione di un premio letterario. Preparò dunque un programma di manifestazioni che sottopose all’attenzione del presidente della Provincia, l’avv. Luigi Martino Caroli, e dell’allora assessore alla P.I., avv. Vittorio Aymone. (...) Le “Celebrazioni Salentine”, nel corso di un mese dedicate ad esse, avrebbero richiamato illustri studiosi e specialisti italiani a percorrere, dalla preistoria alla contemporaneità, la cultura salentina e, a conclusione, il “Premio Salento” da tenersi annualmente, in quattro sezioni: narrativa, poesia, giornalismo e saggistica”. Chiaro no! Bisognava costruire l'Università, dare ruolo al territorio non svenderlo ad un passaggio televisivo.
Ma continuiamo a leggere l'illuminate Bonea: “Pellegrino fece tesoro dell’esperienza e degli errori commessi da Corrado Indraccolo. Questi, poggiando sulla sua introduzione negli ambienti culturali romani per aver avuto la fortuna di dirigere “Domenica”, un settimanale di una certa diffusione e notorietà a Roma, “inventò” nel 1948 un “Premio Salento”. Nel ministro di Grazia e Giustizia, Giuseppe Grassi, ebbe il politico che potesse dare credito nazionale ad una iniziativa letteraria alla quale, in verità, il giurista Grassi era estraneo; e poggiando sul patrocinio del “Circolo Cittadino” di Lecce. L’errore fu proprio questo: il Circolo, che non aveva eccelsa considerazione nei leccesi, non aveva disponibilità finanziarie per sostenere un premio letterario. Per notizia, quel “Premio” venne assegnato il 2 agosto 1948, all’Hotel Palazzo di Santa Cesarea, ex aequo, per duecentomila lire, a Cesare Pavese per il romanzo Il compagno, e a Gino De Sanctis per Viaggio di ritorno. Il premio non fu più riproposto”. Ecco due curiose lettere di Cesare Pavese che troviamo nel cartegio di Maria Bellonci. Era il 1948. Lo scrittore, che nel '50 avrebbe vinto lo Strega con La bella estate, si era, come abbiamo su accennato, appena aggiudicato il premio Salento.
Alla Bellonci, che aveva favorito quella sua affermazione, Pavese scriveva: "E va bene. Adesso ho il premio. A proposito, sa che per contratto le 200.000 lire andranno a Giulio Einaudi e non a me? E' un sacrificio che ho dovuto fargli per indurlo a stampare I dialoghi, anch'essi sotto la stessa clausola. Inoltre ne' dal Compagno ne' dai Dialoghi prendo un soldo di percentuale. Ho o no il diritto di sostenere che gli scrittori devono essere disinteressati? Si figuri se non ho piacere che il Compagno peregrini fra le case bianche e cubiche del Sud. Lei dimentica che sono stato un anno confinato (1935 - '36) in Calabria, dove neppure mancano albanesi e greci, e qui contrassi amicizie e piansi a lungo in riva al mare. Presto anzi stampero' un libro dove racconto questa storia. Ma la cosa piu' bella di cui ringrazio Lei e i colleghi con tutto il cuore e' il trionfo del Compagno davanti agli ottimati e al clero del card. Ruffo. Questi sono colpi. Cordialmente suo Cesare Pavese". Il 3 settembre '48, Pavese torno' a farsi vivo con la Bellonci. Era allarmato perche' non aveva ancora ricevuto l'assegno del premio: "Insomma, i famosi "soldi" non si sono visti. Scrivo a Lei, caso mai sapesse precisarmi l'indirizzo di questo bendetto premio, onde fulminare come sono uso. Capira' in che pasticcio sono. Se non ricevo i soldi, Einaudi è capace di credere che li ho tenuti io - e cosi farei la doppia figura del poverino e del birbante. Oh ma perchè esistono i premi letterari?".
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Ma torniamo a Teodoro Pellegrino, egli era convinto (tenendo chiaro il suo obiettivo di operatore culturale) che, per dare forza alle celebrazioni Salentine e al Premio Salento, doveva essere l’Amministrazione Provinciale a farsene carico in bilancio. La sua insistenza trovò accoglienza particolarmente nel presidente avv. Caroli. Questi, si convinse della fattibilità del programma ed elaborò il modo di aggirare la ostilità romana in sede ministeriale per la creazione di nuove Università e la dichiarata avversione degli ambienti politico-universitari baresi. Decise di attuare il disegno di Teodoro Pellegrino e lo nominò, opportunamente, direttore generale delle “Celebrazioni”. Il primo ciclo si aprì il 1° ottobre 1952; l’inaugurazione fu tenuta dall’on. prof. Giuseppe Codacci Pisanelli il quale dichiarò – tra l’altro – «Tra gli scopi delle Celebrazioni Salentine vi è, dunque, anche un sogno, quello dell’Università salentina». La chiusura fu tenuta dalla scrittrice Maria Bellonci che il 31 ottobre 1952 che annunciò il bando del “Premio Salento” 1953. Una nuova epoca s'avviava.
Anche io scelgo Ignazio Marino segretario nazionale del PD.
Lo faccio perché ritengo la sua proposta la sola vera novità di questo congresso
Un appuntamento importante, come tutti sappiamo, che gran parte del gruppo dirigente nazionale e locale ha interpretato con secondo logiche di correnti nuove e antiche, decidendo da che parte stare non in nome delle idee, della politica, dei contenuti, bensì sulle base di consolidate alleanze, consuete solidarietà, risentimenti politici, ambizioni e destini individuali.
Non si spiegano altrimenti sostegni garantiti ai singoli candidati ancor prima di conoscere i contenuti delle rispettive mozioni. Con il risultato che dietro le pur autorevoli figure di Franceschini e Bersani si sono raccolte posizioni eterogenee e contraddittorie tra di loro su questioni rilevanti e decisive che, inevitabilmente, costringeranno a inevitabili mediazioni al ribasso, a compromessi incomprensibili agli elettori, al ricorso a quella formula pilatesca di "posizione prevalente".
Dall'uso delle primarie alla laicità dello Stato, dalle riforme istituzionali all'immigrazione, dalla forma partito alle nuove alleanze (solo per fare qualche esempio) è facilmente verificabile come attorno alle leadership di Franceschini e Bersani si siano raccolte personalità con idee, sensibilità, valori, culture variamente inconciliabili. L'ambizione di innovare il partito, di cambiarlo diventa, così, una semplice evocazione e non una obiettivo concretamente realizzabile.
Per dirla brevemente “mi sento garantito da entrambi, Franceschini e Bersani, ma sono poco convinto da entrambi”.
La candidatura di Ignazio Marino ha rotto gli schemi suscitando entusiasmi inattesi riuscendo a occupare quel grande spazio vuoto a sinistra composto da una massa di astenuti e sfiduciati .
Io scelgo Ignazio Marino per più ragioni che provo a spiegare.
Perché propone una leadership figlia della stagione politica presente, non usurata dalla sconfitte degli ultimi anni: il PD deve avere il coraggio di scommettere su nuove figure liberandosi dal peso di carriere politiche che da tempo la costringono a dialogare con il paese avendo la testa piegata al passato anziché lo sguardo rivolto al futuro. Il centro sinistra deve finalmente risolvere il problema di una classe dirigente che ha smesso di assumere come proprio dovere quello di favorire il superamento di se stessa, che si percepisce eterna e indispensabile nonostante errori e sconfitte.
Perché vuole un partito con una forma organizzativa aperta, verificabile, scalabile da chi ritiene di poter meglio rappresentare la sua ragion dÂ’essere. Un partito che nel rapporto diretto con lÂ’elettorato individua un bilanciamento alla propensione oligarchica e autoreferenziale tipica di tutte le forme di organizzazione basata sulla cooptazione: e che in questo modo risponde al malessere diffuso verso la “casta”, cioè verso lÂ’arbitrio e lÂ’approfittarsi delle posizioni di potere conquistate.
Perché ambisce a un partito che considera i militanti non solo diffusori di volantini, animatori di gazebo e organizzatori di feste, soci di una bocciofila, con mere funzioni esecutive, ma che metta gli elettori e i circoli al primo posto: lÂ’apertura alla verifica dei cittadini non solo nei momenti elettorali, ma anche nelle fasi cruciali della propria vita.
Perché pretende un partito coerente, capace di promettere solo ciò che può mantenere e mantenere ciò che promette; ed esemplare, giustamente severo verso gli altri perché intransigente con se stesso.
Perché crede in un partito laico, ossia capace di affrontare ogni questione con rigore e con la massima obiettività possibile, nellÂ’interesse generale e non di una parte sola; di saper ascoltare le ragioni altrui coltivando la virtù del dubbio. Ma infine capace di assumere posizioni chiare, il più possibile condivise, mostrando finalmente il coraggio di sciogliere nodi importanti che riguardano la vita delle persone.
Perché scommette sulla capacità del PD meridionale di farsi simbolo di una società più aperta, meritocratica, civile e di fare autocritica sulle sue esperienze di governo locale; respingendo lÂ’idea di un partito che in nome del pragmatismo accetta persone o pratiche politiche incompatibili con i propri valori etici basilari, finendo col proporre ai cittadini versioni del PD quasi indistinguibili nella pratiche di governo dal centro-destra..
Perché crede che Il PD sarà un partito vero quando lÂ’etica e i valori dei suoi dirigenti e la loro azione politica saranno riconoscibili in tutta Italia come espressione di quel partito.
Scelgo Ignazio Marino segretario nazionale del PD soprattutto per queste ragioni e perché sottoscrivo in piena la sua proposta programmatica che puoi consultare allÂ’indirizzo www.ignaziomarino.it
Se intendi condividere con me questa avventura politica dai la tua disponibilità a presentare la mozione nel tuo circolo, a proporti come delegato allÂ’assemblea provinciale e a promuovere iniziative sul territorio.
Contatta questi numeri
347-7234078 CARLO SALVEMINI
320-7648725 FRANCO CARROZZO
O scrivi a questi indirizzi
carlo.salvemini@agora.le.it
avv.carrozzo@libero.it
George Lapassade avrebbe sicuramente approvato.
Per il grande antropologo francese, studioso della trance rituale, scomparso di recente, infatti, mettere insieme, sullo stesso palco, il caustico coro dei Minatori di Santa Viola, fazzoletto rosso al collo, strappati da Simone Cristicchi alle oscurità profonde delle ferite del monte Amiata, e la sinuosa, piccola Alessandra Amoroso, soul sister di Galatina, rivelazione del castello di illusioni che si chiama ‘Amici’, avrebbe significato coltivare il gusto di una cultura ‘popular’, dove il linguaggio della strada unisce consumi alti e plastica e dove anche la ‘politica’ ritorna d essere quotidianità.
E, forse, per rasentare la perfezione, quanto meno formale, l’edizione 2009 della Notte della Taranta, a lui, George Lapassade doveva tributare un ricordo.
Perché senza di lui, senza le sue ricerche, quando ancora la pizzica era affare di piccole congreghe accademiche, nemmeno più folklore, senza la sua visione lisergica che metteva in relazione stretta, filiale quasi, la tradizione con lo sguardo rivolto alla pista da ballo, questo territorio, il Salento, mai sarebbe divenuto caso da studiare di buona riuscita di un turismo culturale che rispetta, esalta, il passato. E lo offe alle generazioni più giovani.
Lo scenario. L’immensa piana che circonda l’ex Convento degli Agostiniani, a ridosso del centro di Melpignano, cuore assoluto della Grecìa salentina, sabato 22 si riempie dal primo pomeriggio.
Chi temeva l’effetto rave è subito smentito. Il popolo della taranta, coltiva, in fondo, sani principi.
E la danza, dionisiaca, esplode quando i tamburelli sono appena accarezzati, come a colmare un’attesa, un vuoto, come se tutti fossero vissuti nel desiderio di quel momento, quando i grandi tamburi che della pizzica sono il simbolo anche visuale, irrompono sulla scena e la festa comincia, rumorosa, ipnotica, seducente, psichedelica, taumaturgica, come fosse il rave che tutti, grandi e piccini, avrebbero sempre voluto vivere.
Per ritrovare, una volta nella vita, quella comunione ‘impossibile’ tra ciò che eravamo e ciò che saremo.
Come ha perfettamente dimostrato il live dello strepitoso trombettista Cesare dell’Anna, omaggio alla cultura bandistica, così importante per questa terra, ma anche allo ‘street folk’, la musica vera delle sagre paesane, delle piazze che festeggiano il santo patrono, delle marine non ancora ingentilite dai lounge bar.
Dell’Anna, ha diretto i Girodibanda , formazione immensa di fiatisti di ogni estrazione, big band caciarona e insieme rigorosissima, dove i Balcani dialogano con il sud Italia, un viaggio nel tempo e nei confini, tra campagna rumena, montagne albanesi e, finalmente, Melpignano. Con una serie di canzoni, su tutte l’immortale ‘Simu Leccesi’, interpretate da Enzo Petrachi, figlio di Bruno, bandiera del folk autentico leccese, quello delle balere a cielo aperto che ancora oggi, specie in estate, fanno di ogni centro di ogni paesino di quest’area, una milonga salentina. E forse è proprio, Petrachi, insieme a Dell’Anna a restituirci il senso di un suono sporco, grezzo, ‘popular’, appunto, che non ha bisogno di celebrazioni e di giustificazioni culturali.
Come ormai avviene invece per l’icona Uccio Aloisi, che, ultranovantenne, viene portato sul palco solo come ‘bandiera’ svuotata di ogni necessità.
Autentiche, a tratti commoventi, le sorelle Gaballo, di Nardò (epicentro, con Galatina, del fenomeno, ormai sepolto, del tarantismo), prime ospiti dell’Orchestra della Taranta, con un prezioso canto polifonico ‘alla stisa’ (accapella), nato nelle giornate consumate nei campi durante la vendemmia.
Inarrestabile Eugenio Finardi, troppo scolastica, ma bravissima, la blues girl tra Trinidad e Londra Z-Star (che ha anche duettato con il direttore dell’orchestra, Mauro Pagani), doverosa una dedica a Fernanda Pivano, la cui memoria è stata ricordata con un applauso degno di una pop star. Ineccepibile Angelique Kidjo, troppo pop (da salvare solo per il messaggio di pace, ma la canzone è davvero un prodotto da Eurofestival, dove infatti è stata presentata) Noa e Mira Awad, irresistibile Simone Cristicchi con i suoi minatori dell’Amiata, stornellatori febbrili e contagiosi con il loro trionfo, tra Dante e circoli Arci (Benigni avrebbe rasentato il delirio) della carnale bellezza femminile.
immensa Alessandra Amoroso, la più bella voce ‘nera’ giovane che ci sia in Italia. Tenue, all’inizio, poi sempre più dentro la ballata che ha cantato, ‘Ferma Zitella’, inno alla zitella, che incurante delle voci del paese, alza la testa e sorride. Per lei, dal pubblico, 90000 persone per gli organizzatori, una ovazione.
C'è uno scoglio bellissimo a Badisco, nella 'piega' di Portu Russu.
La pietra in alcuni punti si tinge, fa ruggine, come se avesse assorbito la sostanza della terra, cade a picco concedendo piccole terrazze alla sosta.
Un'insenatura stretta, che quieta il vento e calma ogni corrente. Giorni fa un grande banco di pesci la riempiva e il fondale sembrava un prato da brucare. Vi lascio immaginare lo scintillio sott'acqua, i guizzi e le manovre repentine che s'aprivano come s'aprono i fuochi d'artificio nei nostri cieli nelle notti dei Santi. Di luoghi così la costa salentina è piena, ognuno con la sua particolarità con la sua intima bellezza. Ognuno, se lo andate a visitare in questi giorni di fine estate, 'ferito' dall'incuranza.
Lo scoglio di Portu Russu lo trovate tutto ornato da cicche.
L'accanimento del vizio si sa, rende insensibili e molti sono i fumatori in costume da bagno: che cosa c'è di meglio di una “bbella sigaretta” prima e dopo una nuotata?
Tanto altro di sicuro! Ma il vizio è vizio, non si governa. E non si governa tutto quanto ne consegue per cui, visto che si è en plain air, che gusto lasciar di sè traccia e via, ogni sigaretta fumata è una cicca abbandonata, da incastonare con cura e dovizia nelle fessure, negli incavi, negli spacchi dello scoglio. Che ossessione!
Una pubblicità in questi giorni è stata veicolata sulle pagine dei maggiori quotidiani, raccontava l'inquinamento di una spiaggia. C'era la sabbia e poi tutto ciò che normalmente, con assoluto 'candore' scegliamo di abbandonarvi, a corredo informativo dell'immagine i tempi di biodegradabilità: un fazzoletto di carta 'scompare' in 4 settimane.
Poco no? Confortati?! Continuate a leggere...
Ma prima di dare i numeri, voglio informarvi che la piega di scoglio di Portu Russu, è stata con un atto d’amore riportata alla sua integrità e bellezza (vedi la foto). Un atto d’amore che auspichiamo divenga contaggioso e si propaghi, divenendo comportamento comune. Modo del viaggiare e dello stare nei Luoghi.
Un quotidiano ci mette 6 settimane mentre una rivista patinata 8 - 10 mesi. Uno sciocco fiammifero 6 mesi, un accendino 100 anni. Un mozzicone di sigaretta 1 anno e più, una sigaretta senza filtro (grazieaddio!) 3 mesi. Un chewing-gum 5 anni. Una lattina di alluminio 10 anni. Un sacchetto di plastica 500 anni e più; stoffa e lana ci mettono dagli 8 ai 10 mesi e orrore il tessuto sintetico 500 anni e più. Una bottiglia di plastica 'resiste' quasi 100 anni. Gli assorbenti e i pannolini 200 anni. Le carte telefoniche 1000 anni mentre il tempo delle bottiglie di vetro è indeterminato.
Leggo che il vetro è il materiale più importante da riciclare perché per produrne una tonnellata ci vogliono 1,1 tonnellate di sabbia, soda, calcare e grandi quantità di energia ed acqua. Riciclandolo si risparmia circa il 95% delle risorse utilizzate quale materie prime. E ancora che i bastoncini di cotton fiock che vediamo sulle spiagge sono quelli gettati nei water, che galleggiano nei nostri mari e nei nostri fiumi per anni e fanno soffocare i pesci. I sacchetti di plastica che non vanno in discarica e che finiscono nei nostri corsi d’acqua portano gravi conseguenze agli animali che li abitano che ingerendoli accidentalmente muoiono soffocati. E ancora tanto altro se si cerca in giro la giusta informazione su quanto accade in questo tempo sciagurato!
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“Mai più turisti” ho scritto ieri, titolando un corsivo dedicato all'Estate Salentina.
Già, “mai più” pensiero suicida per una terra che vuole votarsi all'Industria Turistica. Che tanto apprezzerebbe divenire mèta e mira di tour operator. Si consumano parole, proposizioni, progetti. Si dice 'Turismo Di Qualità' (che fa “chic e very nice”) ma non 'Turismo Sostenibile' o 'Turismo Responsabile'. Si invitano le persone a consumare, consumare, consumare ma non a rispettare l'oggetto e il luogo della loro consumazione.
E allora, si può pensare di trasformare questo arrembaggio scomposto e scamiciato in un approdo cosciente e consapevole. C'è differenza fra turista e viaggiatore? Ci sarebbe da riflettere.
In quella differenza potremmo trovare la chiave di una politica dell'accogliere non più soggetta alle regole del mercato ma forte della sua virtù e della sua particolarità.
Non si dà pace l’amico Fernando! Lo prende un nervoso che lo riempie di macchie rosse. Una reazione allergica che necessita di spiegazioni ‘filosofiche’ per quietarsi. Si danna, per questo Mondo che non riconosce più. Per la sua terra salentina che non riconosce più. Per gli ‘umani’ intorno che non riconosce più.
Mi dice: «Se stanno qui a sentire questa musica che raccomanda memoria, accudimento, legami profondi com’è poi che ti travolgono con il loro desiderio di consumare, consumare, consumare? Se scelgono questo mare, questo paesaggio, questi odori com’è che poi tutto tradiscono con carte, cicche, plastica, vetri e con i loro comportamenti sciatti, irrispettosi, tracotanti?».
Non si dà pace! Vorrebbe gridare, scamiciarsi, urlare. Mai dimentico dell’antica dignità delle cose, nella nostalgia lui trova. Ancora trova, la grande barba del sapiente e la semplicità di sua madre. La camicia bianca del padre e l'odore forte della terra. Anche l'avventura trova con le fughe, curiose di stupore.
Si ferma, l'amico Fernando, vulnerabile e sconfortato, come la sua terra salentina fa silenzio. E ascolta, e guarda preso dai corpi, dai suoni! È più forte di lui! Come se quel ‘rimorso’ di cui tanto ha tanto sentito, letto, sperimentato ora riguardasse non più uno solo, o una, innamorata e persa, ma tanti. Tanti. Lui e tutti quelli intorno. Tutti, proprio tutti, nessuno escluso.
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Ci vediamo a Melpignano? È oggi che accade! Torna!
La luna è spicchio in cielo. Tenue falce di luna nuova. Fa nascita, auspicio! Confonde col suo mistero un inteso grigio arancio e il sole, vien giù, sprofonda! Si fa Notte.
Ci vediamo a Melpignano, lì c’è la danza, quella che tutti cercano: quel continuo invocare l’amore… il sapore del sale lo assaggio, con la lingua mi lavo il mare!
‘Nnanana nnanana beddhu è l'amore e ci lu sape fa’ ballati tutti quanti e ballati forte...
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Ah! la bua!!! Il male, la malattia. Quale l’antitodo? Alla bua, alla bua! Che dire al tormento, al 'non' che prende e tradisce?
«Amate la vostra dignità di uomini anche se chiusa nell’incertezza della carne» raccomanda accogliente l’oracolo Cristoforo.
Ci siamo, siam giunti, l’Orda d'Oro ci porta, ecco Melpignano.
«La scorgi la Santa Chiesa? La vedi? È la stessa che apre la Taranta di Mingozzi, ricordi? Il tremolare dei titoli in bianco e nero, il testo di Quasimodo che fa il racconto ed una terra remota appare, bianca, secca secca. Una strada, un carretto e le rovine del Tempio. È questo di adesso che vedi dipinto di luci».
Se assaggio i suoni mi viene sapore di sacro – la teoria delle bancarelle, l'odore di nocciole e di zucchero filato – nutre lo spacco del cuore, il solenne d’una banda. Lo inseguo e trovo angeli sospesi alla luce con quelli di ieri senza nome nell'inchiostro della cronaca: angeli neri, persi nel mare, nell’abbandono.
Non c’è sorriso e c’è! Non c’è identità e c’è! Non c’è paura e c’è.
Ogni cosa impasta il suo credo. E lo vedi il terrore mischiato alla gioia. È tutto sul bilico! È questa vertigine la cultura: ogni atto è essenziale. Ogni cosa vale, scrive. Anche ciò che presto si dimentica è prova.
«Non senti i suoni ‘legati con gli spaghi’? Gli stornelli del ringraziamento?». “La ricchezza mia è la sanità” cantano e il vecchio Aloisi ringrazia i medici del reparto di Ortopedia dell’Ospedale di Galatina (di Galatina, dove opera Santu Paulu) che gli hanno permesso di salire sul palco della grande Notte. “Na, e na, e na” le voci alla stisa fanno il graffio e quelle dello spettacolo s’insinuano. “Che vita infamata è stare carcerata per un'eternità” oppure senti “ca se eri l'amante miu nu me tarantava ieu”. Ecco la chiave: se eri l'amante mio... io ero salva. L'amore ancora, il sentire profondo che le evita d'essere tarantata, d'essere posseduta dalla mancanza.
La terra salentina è tarantata adesso, è 'lei' nel cercare. Non ha quiete, non ha passo di danza che possa salvarla, non c'è l'indiavolata del violinista barbiere ad accogliere. Non ci sono più i passetti del perdimento sul damasco di Maria, nell'intimo della casa. Quella rappresentazione, quella tragicità, quella volontà di un oltre di quiete.
Non c'è! Manca! Adesso quel ri-morso, cerchio del dolore, s'è fatto largo, capiente. È festa soltanto. Soltanto festa?
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“La patria e l'amicizia è il primo amore”, qualcuno canta dal palco e sulle corde leggere delle mandole e dei violini corre ciò che mischia. «Li senti i nomi?»
Fabrizio, la Fernanda, il maestro Stifani. Anche loro angeli. Custodi del nostro altroculturale. Vogliono che sia sostanza di coraggio. Non è questo la festa? Rinnovamento: osare, sempre vivi, esserci! Cercare quello che non sappiamo, che forse non sapremo mai, ingoiato nei segreti della notte d'ognuno. Mistero di grilli, di cicale addormentate e di stelle, a volte cadenti, a portare desideri, il mai, il forse. La speranza insomma che mai rimorso dovremo avere per il non che manca all'amore.
I minatori di Santa Fiora, l'angelica d'Africa, e la furia di stella Z ci aiutano a rifare la Puglia. Ehi! L'acqua nu la menare, provaci. Proviamoci a salvarla e con lei... il 'ragazzino'!
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Lasciato Fernando, rifletto: il repertorio e gli interpreti. Questi gli ingredienti della Notte della Taranta. Un cammino di dodici anni che ha scommesso sulla certezza di crescere. E via via la crescita c'è stata, indubbia, assoluta. Unica, in una scena ormai affollata di eventi che inseguendo confondono, strafanno, senza alcuna economia e chiarezza di orizzonte. Dodici anni. S'invoca il cambiamento. Utile? Forse sì, forse no! Il passo preso dalla ricerca e dagli interpreti dimostra d'essere emancipato e libero da qualsiasi soggezione al suono “solito” della Tradizione. E allora, accordarsi alla ricerca, che muove le produzioni d'ognuno di loro, può essere via da praticare per un rinnovamento sostenibile ed attento all'essenziale.
Nessuna identità può sopravvivere se la si chiude ad ammuffire nelle teche del proprio museo locale poiché c’è futuro solo se le identità accettano di potersi confrontare.
Se la taranta si fa Europa
Milena Magnani
Dicono che il tamburello sia uno strumento di terra, che abbia a che fare con la fatica dei campi, con quel bisogno millenario di liberazione che batte un ritmo di rivalsa.
Uno strumento di terra in questa punta d’oriente, incistata nel mare. Eppure il mare deve avercelo un ruolo su questo percuotere serrato che porta in sé il rimando continuo a altri mondi.
Basta ascoltare i tamburellisti che si alternano in queste prime tappe della Notte della Taranta per capire che, dopo averli ascoltati, non si riparte più da quel “sotto palco” dove siamo.
Ma da più in là.
Che dietro di noi, mentre torniamo a casa, oltre al tema melodico della pizzica, ci fa eco un vento africano, l’odore dell’incenso delle danze sufi, ci arrivano le feste dei rom dei balcani.
Si è qui, sì, nel sud della nostra piccola Italia, in questo lembo di tradizione greca chiamato appunto Grecìa Salentina.
Si è qui, sì, eppure si è al tempo stesso in un altrove.
E’ quasi inspiegabile in questa epoca di chiusure culturali, di privilegi che si vorrebbero innalzare a barriere escludenti, in questa epoca di difesa spasmodica dei propri cortili di appartenenza .
E’ quasi inspiegabile eppure, più si sentono battere i tamburelli di una tradizione così radicata, più si sente il violino lanciarsi in fughe tra le “chianche te le piazze” e più succede che i pensieri si stacchino dal grembo di questa terra, si facciano suggestione di un viaggio che comincia.
E in questo viaggio prende corpo soprattutto un pensiero: nessuna identità può sopravvivere se la si chiude ad ammuffire nelle teche del proprio museo locale poiché c’è futuro solo se le identità accettano di potersi confrontare.
E’ straordinario che un progetto musicale nato all’interno di una comunità a minoranza linguistica riesca a sviluppare tutto questo discorso.
Che i gruppi musicali che si alternano sui pachi, sappiano a mettere a nostra disposizione la sapienza di antiche figure di liberazione, e nella potenza dei loro testi e dei loro ritmi -
“Batti batti u tamburredhu! Dai cchiu forte! Dai cchiu forte!” - ci sia più Europa e più futuro, che nei provvedimenti della nostra politica culturale nazionale.
Non ho nessuna intenzione di fare della retorica da quattro soldi.
Per me, seguire le tappe di questa Notte della Taranta, è prima di tutto, un’esperienza fisica.
Un esperienza di selvatichezza. Come dirlo altrimenti?
Le voci dal palco salgono acute e a volte cadono in intonazioni roche, i ritmi che spesso travolgono, a tratti portano malinconie lontane, malinconie che pur venendo da un passato millenario, dalla condizione di donne pizzicate tra le spighe del grano, risvegliano in noi qualcosa di terribilmente sopito, qualcosa di tutt’ora drammaticamente irrisolto tra le mura delle case moderne e a cui facciamo addirittura fatica a dare il nome.
E’ capitato ieri, che mentre il gruppo sul palco intonava quel magnifico canto di protesta che è “E lu sule calau calau mena patrunu ca me ne vau”, mi è parso di riconoscere in quelle note il rancore di tutti gli uomini di terra d’Otranto che se ne sono dovuti andare davvero, e non solo a fine giornata, se ne sono andati dalla propria casa, per consumarsi nelle miniere del Belgio, della Germania del Lussemburgo.
Me li sono visti addirittura, con quei caschetti a lampadina sulla testa, loro, là sotto, nel buio dei corridoi sotterranei, insieme ai loro compagni veneti e lunigiani.
E mi è sembrato di capire una cosa.
Ogni canto di lotta è tutte le lotte. Ogni recupero del passato è tutto il nostro passato.
E al diavolo questa storia del legame esclusivo con i luoghi in cui abbiamo le nostre radici anagrafiche, al diavolo questa eterna dicotomia tra nord e sud. Non lo dico per fare una sciocca semplificazione.
C’è molta più storia mia di cittadina emiliana in questa Notte, che non nella politica culturale della mia regione.
Sarà perché c’è un sud dentro ogni territorio, perché dentro ogni regione ci sono discendenti di contadini poveri, figli di operai dalle mani perennemente sporche, ragazzini relegati nel degrado delle periferie.
Sarà perché in ogni regione passarono padri con canzoni di liberazione sulle labbra, canzoni che con tanta superficialità abbiamo lasciato cadere nel silenzio, passarono donne possedute da una condizione di fatica insopportabile che ci tendevano la mano, a noi, che non l’abbiamo saputa stringere.
Ma se è vero che la grande opportunità del nostro secolo è quella di poterci costruire delle patrie è anche vero che la musica di questa Grecìa a minoranza linguistica, una musica considerata per troppo tempo un fenomeno periferico e marginale, ci offre oggi la sua capacità di resistere al linguaggio uniformante della rimozione e proprio a partire da questa sua forza interna ci spalanca l’opportunità di navigare verso il mondo di tutti.
Non a caso sul palco della notte finale verrà intonato soprattutto un messaggio, e non si tratterà di un messaggio esclusivamente musicale: – Guardate che c’è futuro solo nei luoghi in cui le identità si possono scambiare.
In fondo è un canto d’amore: e “dammi la mano e stringila forte e fino alla morte…”
Milena Magnani è nata a Bologna nel 1964, vanta un’ampia esperienza nel settore dell’educazione e dell’accoglienza. Ha esordito nel 1993 con il romanzo L’albero senza radici da Nuova Eri, a cui ha fatto seguito nel 1996 Delle volte il vento con Vallecchi. Nel 2008 per Feltrinelli è uscito Il circo capovolto.
Sapete che dicono certi saputi ed eccentrici Assessori alla Cultura o Sindaci con delega all'alto compito dell'intrattenimento nel nostro “bel” Salento: «E' troppo difficile, troppo intellettuale, non capiscono, c'è bisogno di qualcosa di più popolare...».
Questa la considerazione che hanno dei loro concittadini senza valutare la naturale conseguenza logica: evidentemente li hanno votati senza capire ciò che facevano. Ma lasciamo perdere!
Certi ho detto, non tutti, per nostra fortuna, alcuni osano e accolgono, con umiltà le proposte, le sanno valutare e rischiano l'incontro con la comunità e con il pubblico. Si fidano, si fanno “ignoranti” loro, per poter crescere, fare l'esperienza, imparare!
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Molti amici artisti ed operatori culturali sostengono che il problema è che ad un certo punto s'è creata confusione e il compito amministrativo si è sovrapposto al compito ideativo e creativo.
Dovremmo tornare indietro, alla mancanza, al “che si fa stasera?”.
Se c'è un inizio e da trovarsi nell'Effimero di Renato Nicolini, li le radici di questa lento degenerare. L'assessore alla cultura di Roma - nel periodo 1976 - 1985, nelle amministrazioni guidate da Giulio Carlo Argan, Luigi Petroselli ed Ugo Vetere - poteva permetterselo, era capace, intuitivo, attento e competente. Creativo egli stesso, architetto ed anche drammaturgo e sappiamo, quanto gli architetti danno, al di là del far case. Insomma la sua Estate Romana è stata l'inizio di un uso del 'fatto' e del 'fare' artistico finalizzato alla rappresentazione delle città e dei territori.
Così il marketing territoriale è entrato a far parte di una vulgata che via via ha moltiplicato sagre, feste, festival, rassegne, notti bianche/ rosa/verdi e pubblico. Pubblico, pubblico, tanto pubblico, sempre più confuso, perso, vagante ed incompreso nei gusti e nelle necessità!
Ci vorrebbe una decrescita anche in questo, qualcuno suggerisce. Un tornare indietro. I fenomeni, anche quelli più importanti e virtuosi, deperiscono, vanno rinnovati e l'Epoca impone una profonda riflessione anche sul senso della Festa.
A Sogliano Cavour evidentemente ci sono degli amministratori capaci di riflessione, di quelli che conoscono la discrezione e mantengono la giusta distanza dall'accadere delle 'cose', mediatori utili di processi culturali. Di quelli capaci di regalare alla loro comunità e al pubblico ospite 2280 minuti di piena libertà!
Tutta colpa del jazz, del Locomotive Festival e di Raffaele Casarano.
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«Ma, il jazz è cosa popolare o un genere di elite?» si chiedono da uno schermo.
L'uno e l'altro, mi rispondo. Lo stemma di Sogliano porta in campo blu il sole ed una mezza luna! Due temperamenti, due modi d'essere! Due diverse tensioni comunicative tenute in uno scudo di cielo.
Il jazz è così: cosa della poesia, sua declinazione! Portarlo a tutti è il sogno di Raffaele Casarano: «La necessità di esprimersi (...) la disperazione crea l'intenzione» frammenti che colgo in una clip a lui dedicata. Partire e tornare è essenziale se vuoi crescere una sensibilità. Muoversi, incontrare. Non c'è arte senza l'incontro, lo scambio, il mischiare le sensibilità. Non c'è arte se non si sceglie poi, di stare, di fermarsi, di scegliere, non c'è costruire se non si fa il luogo. Questa la cifra ispirativa del ‘suo’ Locomotive Jazz Festival che è andato in scena il 4 e il 5 agosto scorsi.
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La morbida e rigorosa tromba fusion del maestro Cuong Vu accoglie il primo pubblico di una serata che ha tutte le caratteristiche per diventare emblema d'un modo di concepire e di mettere in scena un progetto culturale. L'andamento lungo di un tema ci lascia liberi come i versi quando non costringono al senso quando non legano le parole.
Loro, la folta truppa di artisti, ha incominciato già al mattino col da fare: la vernice di una mostra di arte pubblica nei giardini che accolgono il festival, un buffet tutto salentino per colazione e poi nel pomeriggio in viaggio con “From station to station” progetto dell'ospite e mentore Paolo Fresu - cittadino onorario di Sogliano Cavour - realizzato in collaborazione con le ferrovie Sud Est.
Cascano i suoni ti vengono incontro in andature progressive volte all'accogliere. Ecco, il jazz invade, si fa popolare. Una frase, un frammento di uno standard sollecita il “so” comune.
Voglio fare il musicista mi dicevo da bambino! Ma non è dono dato a tutti il dialogo con uno strumento. C'è come un “mistero” che è prima dello studio. Voglio fare il musicista... per avere silenzio intorno, per giocare l'essenza e l'essenzialità, il segno e il segnale della libertà.
Arrampicarsi sulle note e caracollare giu. Un pentagramma della vertigine portato dentro, nel dentro sensibile, nel sentire che s'accorda con l'altro. Senza bisogno di didascalie, di citazioni, di conseguenza posso parlare del mondo e dell'intero intorno con la musica. E la guerra non fa rumore ed una ninna nanna inquieta e non fa dormire. E scopre!
Claudio Muci dice che non c’è bisogno di protegger la tradizione, bisogna perdere e ritrovare la materia dell'origine, dell'inquietudine che ci abita che trova senza sapere d'aver trovato.
L'indeterminato è vitalità, è purezza! L'insignificanza è cosa sacra. Non ci rimane altro che prepararci, sempre prepararici e tenere orecchie 'pulite' alla musica!