Il Paese nuovo
scompare dalla rassegna stampa mattutina di Telerama
Mauro Marino
Prima un lettore, poi un altro, un altro ancora: “Ma com'è che, nella rassegna stampa mattutina di Telerama, il Paese nuovo non c’è? Cancellato, non esiste! Non ci siete!”. E già, perché se non sei su Telerama, nel Salento, non esisti. E’ opinione comune, specie in ambiente politico! Ahinoi, è uso mettere le conferenze stampa in stand by sino all'arrivo della camera con le insegne gialle. Capita anche di vederne alcune miseramente annullate. E già, il potere della televisione ormai fa saltare le regole della buona creanza. Lo sappiamo, nella nostra epoca la politica si fa solo davanti alla telecamera. Come per i ‘dadaisti’ che l'evento lo annunciavano soltanto, farlo poi... non era necessario. L’annuncio spot è la specialità. Tanto poi... Ah! la Tv e i suoi monopoli! Ci sono quelli grandi e quelli piccoli e i piccoli, appena possono si vogliono sentire grandi, se un minimo di ‘potere’ lo hanno, lo usano tutto, anche a costo di brutte figure. Meschini! In tempi di regime, di nani e ballerine, poi... meglio non parlarne. Anzi no, parliamone, e meglio non ‘tenersi’ nulla, fa male alla salute! Certo, non siamo ancora ai livelli di Putin con le redazioni sciolte manu militare, in Italia vige la regola del varietà, del terrore ridanciano e gli emuli di Nano B. si moltiplicano. Se si è nel settore telecomunicazioni poi… sai che gusto! Fare l’editore che fa e disfa, organizza e censura, decide questo sì e questo no! Roba da dittatore! Che tristezza!
Vabbè, è la natura umana, ma non crediamo siano cose da farsi in “democrazia”! Non è bello! Guardate sui nostri ‘pochi’ fogli, il palinsesto dell’‘ammiraglia salentina’ c’è! Le loro e-mail non vengono cestinate. Non si fa! E’ dovere di chi lavora in un giornale informare, dare conto del lavoro e dell’operatività di chi sul territorio si rapporta con il pubblico. Già il pubblico! E’ proprio quello che si tradisce omettendo, oscurando, nascondendo la realtà e ciò che in essa accade! E’ un problema di etica!
“Non dobbiamo dare la colpa necessariamente al marketing e alle sue strategie ‘diaboliche’: la natura delle persone è sempre la stessa, e così come la natura rimane intatta, molte abitudini e comportamenti, quali il profitto ad ogni costo, lo sfruttamento, e la mancanza di rispetto e di riguardo verso gli altri, a volte rimangono inalterati…”. Parola di editore!
Un amen per il maggioritario
Mauro Marino
E' tempo di Carnevale. Tempo di scherzi! E' il caso di dirlo: bellissimo quello di D'Alema che annuncia un nuovo segretario per il Pd mentre ce ne era uno in carica! Ma anche di elaborazione del lutto. Ci pensano le maschere con il loro doppio significato: chi si maschera un pò muore, perde la sua identità, la cerca in altro. Anche nella tradizione popolare la morte, il lutto compare e fa sorridere. A Gallipoli c'è “Lu Tidoru” deceduto per una polpetta avvelenata, c'è anche “Lu Paulinu” che viene pianto dalla Caremma in altri paesi del Salento, ma preferiamo Gallipoli per costruire “metafore” politiche. Insomma la cultura popolare s'è sempre attrezzata per affrontare il dolore, perchè la mancanza la sentiva davvero, partecipava, aveva a cuore le sorti di chi non c'era più e di chi rimaneva a contemplare la mancanza. Oggi non è più così.
E tutto è trinciato nel consumatoio delle certezze e del sempre avanti che indietro non si torna...
Accade questo al Pd, il partito democratico, che forse perderà con le dimissioni di Walter Weltroni l' applomb inglese, (ed anche lo slang speriamo) e soprattutto l' ennesima occasione per pensarsi.
A seguire le notizie nei Tg colpiva la difesa che dal PdL si faceva del maggioritario. C'è paura da quelle parti che la crisi del Pd rompa lo schema e che al centro venga fuori il grande carro allegorico della Balena bianca, rinvigorita e per sempre sfuggiata alle mire del capitano Achab.
E sì il disegno delle “due” grandi coalizioni sembra andare in tilt.
Non ci può essere il bipolarismo se una delle due parti dimostra di non avere collante.
In una c'è il Capo in testa a tenere coesa l'armata, pena perdere poteri e privilegi, per cui meglio obbedire. Dall'altra non c'è potere o privilegio che tenga. Caratteristica storica della sinistra! Troppe teste pensanti e pesanti! L'implosione che le dimissioni di Veltroni rappresentano, per il mai nato Pd rimescolano le carte e non è detto che non ci sia una scissione per compattare a sinistra il quadro.
Per cui, fare i conti è facile... reciteremo presto un amen per liberarci del sogno Americano: niente elefantini e ciuchini. A Sud, il nuovo laboratorio politico annuncia grandi manovre, Emiliano a detto a Poli Bortone superiamo steccati e separazioni vediamoci in Centro.
Un gran bel carnevale, insomma, ricco di maschere, di scherzi e... di lutti.
Intervista a Carlo Salvemini
a cura di Mauro Marino
In Senato, lo scorso 22 gennaio è stato approvato il primo provvedimento relativo al federalismo fiscale con l'astensione del centro-sinistra tra gli applausi e gli “occhi lucidi” del centro-destra. L'iter sarà ancora lungo e i risultati finali a quanto pare non li conoscono neanche gli estensori del progetto. Loredana Capone in un intervista al nostro giornale ha espresso il suo rincrescimento per le posizione del Pd. Qual'è la tua opinione?
Se fossi stato un senatore del PD avrei votato contro, come sostanzialmente ha fatto il gruppo parlamentare esprimendosi con l’astensione (che per il Regolamento della Camera Alta equivale a un no). Per una ragione semplice: così come è stato presentato il provvedimento non consente alcuna valutazione di merito, non quantifica alcuna copertura finanziaria, aspetto decisivo e dirimente quando si intende disegnare un diverso rapporto tra enti locali e stato centrale sul tema delle imposte. Qualcuno ha giustamente definito questo DDL una scatola vuota, un provvedimento slogan animato di buone intenzioni. Come ci è stato insegnato, la strada che porta all’inferno è lastricata di buone intenzioni. Ma, aggiungo, da dirigente del PD mi aspettavo un pronunciamento, tempestivo, chiaro, articolato, comprensibile su quale modello di federalismo noi intendiamo proporre . Quali i punti essenziali, i paletti sul terreno del confronto, a disegnare un confine oltre il quale non siamo disposti ad andare per rispetto ai nostri principi di unitarietà e solidarietà del Paese? Siamo arrivati in affanno ad un appuntamento che è nell’agenda politica da anni. Anche su questo tema, come altri che descrivono il modo con il quale il PD guarda all’Italia e al suo futuro, invece, abbiamo dimostrato difficoltà ad indicare parole definitive, capaci di esprimere un profilo netto. Bravi e scrupolosi nell’emendare le proposte di legge altrui. Balbettanti e timorosi quando si tratta di scriverle noi le riforme. Personalmente ritengo che a distanza di otto anni dovremmo addirittura riflettere sulla modifica del titolo V° della Costituzione, in particolare sulla scelta delle materie sottoposte a legislazione concorrente. L’impressione che il centro sinistra da è quella di credere in un federalismo di necessità: utile per provare a entrare in sintonia con larghe fasce dell’elettorato del Nord per tentare di frenare l’avanzata elettorale impetuosa della Lega; ma inevitabilmente pericoloso in un Paese chiamato a dover fare spietatamente i conti con l’esile armatura della società civile del Sud e la non risolta inefficienza degli enti locali meridionali.
“Unità nella diversità” questo il motto a guida del disegno politico risorgimentale che pensava ed ideava un'Italia federale, cosciente della natura non omogenea della nazione italiana. Ritieni che questo federalismo, fortemente voluto dalla Lega, che certo non si dimostra affezionata alla Costituzione , sia l'anticamera di una secessione devastante per l'Italia?
Non so se il termine secessione sia utile a descrivere quello che rischia di accadere: da quindici anni gli amministratori della Lega minacciano qualcosa alla quale essi stessi fingono di credere, salvo poi giurare fedeltà alla costituzione, difendere il Capo della Stato come simbolo dell’unità del Paese, annunciare proprie liste anche da Roma in giù. La minaccia è un'altra, più insidiosa perché meno semplice da percepire, che nulla ha a che vedere con la separazione politica delle regioni del nord. Si riferisce alla prospettiva futura delle risorse di autogoverno delle diverse comunità regionali, più rilevanti che in passato nel creare condizioni favorevoli allo sviluppo e nel garantire diritti sociali. In altre parole: il combinato disposto di rallentamento della crescita e di rafforzamento della devolution finirà per ridurre risorse finanziarie indispensabili ad interventi di riequilibrio territoriale. Con una prospettiva di ulteriore impoverimento economico sociale e culturale del mezzogiorno. E’ questa oggi la vera posta in gioco.
C'è un gran dire a Sud e la 'questione meridionale' trova una nuova stagione. ‘Grazie’ a Dio, a dure lotte e allo Stato assistenziale il 'feudo' s'è evoluto. Non c'è più il problema post-unitario dell'arretratezza economica, sociale e politica del sud. O c'è ancora?
L’Italia è entrata in Europa con una frattura più ampia e profonda in termini di sviluppo economico rispetto agli altri Paesi. Secondo i dati della UE i cittadini lombardi e trentini hanno un reddito medio superiore a 30milaeuro. Per i calabresi risulta meno della metà; per siciliani e pugliesi e campani supera di poco i 15mila euro. Un rapporto di 2 a 1 che non può essere considerato fisiologico dopo mezzo secolo di intervento straordinario ed un ventennio, quasi di politiche di coesione comunitaria. Ancora oggi l’Italia rappresenta un fenomeno unico in Europa, il caso più grave di sistema economico duale dove convivono l’area continua delle regioni a più ampio reddito, con l’area continua più popolosa tra quelle a reddito più basso: separate da meno di 500 chilometri e da 10mila euro di reddito procapite. C’è chi preferisce consolarsi con i vantaggi dell’economia sommersa confidando nel fatto che oltre i numeri del PIL procapite il divario è attenuato dalla presenza di un’economia sommersa che sfugge alle rilevazione e garantisce maggior benessere. Ma è un consolazione miope per due ragioni. La prima è che il sommerso è una parte del problema del mezzogiorno e non la soluzione. Perché esso ci parla di un economia che alimenta sfruttamento, incidenti sul lavoro, precarietà, arricchimenti illeciti, evasioni fiscale, alimentando una cultura dell’illegalità che è una autentica iattura. La seconda è che preferisce non vedere l’altra faccia, quella nascosta ma forse ancor più pericolosa, della sofferenza del Mezzogiorno: la sua ancora insufficiente accumulazione di “capitale sociale” - secondo la classica, e ancora attualissima, definizione di Robert D. Putnam - che richiama concetti quale fiducia, senso di responsabilità verso gli altri e le istituzioni, solidarietà e partecipazione. Le ricerche più recenti in questo campo confermano quella frattura fondamentale nella distribuzione del capitale sociale che vede il Sud, pur con differenze e discontinuità, in una situazione di estrema povertà. Per non parlare di un’economia criminale che controlla vaste aree del nostro Sud: una presenza pervasiva, opprimente, soffocante con la quale pericolosamente conviviamo dimentichi della drammaticità della situazione. Poi arriva Saviano, Gomorra, le faide calabresi, le esclation criminali dei Casalesi, e di riscopriamo fragili, impauriti. Insomma una questione meridionale c’è sempre anche se si prefererisce non considerarla più tale.
L'apparenza è quella, almeno in Puglia, di un benessere diffuso, ritieni si sia evoluta la coscienza politica delle genti meridionali? C'è ancora l'“inconsapevolezza” di cui parlava Gramsci? Un idea di affidamento, di delega, un vuoto politico da colmare con la clientela?
A voler studiare la geografia del capitale sociale in Italia si ha conferma che ci sono più Sud come da anni sostengono i nuovi meridionalisti. La Sardegna è l’unica regione centro meridionale con un valore positivo. Puglia e Basilicata presentano uno stock più alto della Sicilia. Campana e Calabria presentano l’indice negativo più basso. Ancora oggi vengono confermati i risultati della ricerca cui erano approdati Putnam e i suoi collaboratori risalente ai primi anni 90. Sono studi e analisi che ci descrivono oltre un diffuso benessere, una crescente e a volte insopportabile retorica sui piaceri del Sud, una pretesa di pensarsi e percepirsi ‘migliore’ a prescindere. C’è una verità che emerge dalle ricerche sociali. E un'altra che si nutre di esperienze quotidiane, di pratiche, comportamenti, azioni tipiche delle nostre comunità. Che raccontano di una pubblica amministrazione che confonde i diritti in favori, che tratta i cittadini come 'clientes', che considera discrezionalità la regola e l’osservanza delle regole discrezionale. Di un classe dirigente poco interessata ad investire sui servizi pubblici ma sensibile alla promozione degli eventi, più preoccupata di attrarre turisti che gratificare i propri cittadini. Di un familismo, localismo, corporativismo spacciato per solidarietà. C’è molto da fare perché molto in questi anni è stato sprecato.ondi comunitari, quale impatto effettivo hanno avuto i tanti progetti realizzati, come è migliorata la vita delle nostre comunità. Non dovrebbe essere possibile programmare il nuovo senza un consuntivo del vecchio, eppure quello che sta per accadere è proprio questo. C’è il rischio di una nuova occasione perduta. Se dovessimo partire da queste esperienze, per prevedere che uso potrebbe fare il Mezzogiorno dell’autonomia, dovremmo preoccuparci.
La senatrice Poli Bortone sollecita un protagonismo del meridione per raddrizzare le linee di un federalismo iniquo. Ma anche il Presidente Vendola a capo dei Governatori meridionali sembra tentato ad affilare tematiche territoriali per contrastare da sudista le pretese nordiste. Qual'è la tua opinione in merito?
L’attenzione dedicata nel Salento all’iniziativa dell’on. Poli è dovuta alla popolarità di una leadership da tanti anni sulla scena. Che naturalmente ha molto meno impatto sulla dimensione nazionale, per averne una conferma basti dire che sulle grandi testate giornalistiche e televisive la convention di Bari è passata pressocchè inosservata. Poli Bortone ha molto investito sulla dimensione emotiva, sull’orgoglio di un Sud ferito, offeso, per costruire attenzione e catalizzare consensi e simpatie. Un leghismo sudista che fa leva su un mezzogiorno in difficoltà per lanciare l’idea di un sindacato del territorio. Considero questo tentativo furbo ma ingannevole. A me pare che più che dal sentimento questa nuova iniziativa della Poli nasca dal ri-sentimento. E’ nota a tutti la cronologia degli eventi degli ultimi mesi: non può essere un caso che la capolista al Senato del PDL, il coordinatore regionale di AN, la senatrice di lungo corso si proponga come simbolo di un nuovo meridionalismo un minuto dopo aver saputo che non sarebbe stata candidata alla Presidenza della Regione Puglia. C’è come sempre in politica anche un profilo di credibilità. Appena il 20 gennaio in aula la Poli così s’esprimeva intervenendo sul DDL fiscale: “Spetta a noi meridionali selezionare finalmente una classe dirigente capace e politicamente responsabile nell’utilizzo delle risorse derivanti dalla tassazione; una classe dirigente capace di attrarre le risorse e di creare opportunità di crescita; una classe dirigente che non chieda solo denaro ma che sappia dimostrare di saperlo utilmente impiegare”. Parole sante, dalla prima all’ultima che mal si conciliano con l’idea che gli ostacoli allo sviluppo del mezzogiorno si rimuovono mettendo insieme una nuova lega sud. E cosi un giorno si dichiara che gli ostacoli allo sviluppo del mezzogiorno stanno anche e in gran parte nel Mezzogiorno stesso. E il giorno dopo l’esatto contrario. In aula si sostiene che “il ddl è importante condivisibile in linea di principio, un’opportunità per il meridione, ma rischia di essere condizionato dalla mancata realizzazione del principio di sussidarietà”. Dal palco del Kursaal si spara a zero sull’intero provvedimento considerato un tradimento verso il Sud. E’ difficile prendere sul serio questi giri di valzer. Quello che serve al Sud è un patto collettivo fra italiani per lo sviluppo del Paese, partendo da un Sud capace di riflettere sui suoi colpevoli errori e non solo di declamare i torti subiti.
Ritieni siano in atto nel Salento movimenti di Cittadinanza Attiva? A livello nazionale sembra esaurita la spinta della società civile. “Città plurale”, i girotondi e poi… l’esito estremo (spettacolarizzato) dell’antipolitica di Grillo. Si ha l’impressione che si faccia strada l’impossibilità di pensare a valori e pratiche propositive.
I movimenti di cittadinanza attiva, in Puglia e nel Salento, a volte sono apparsi più come contenitori di esperienze politiche deluse che come veri e autentici laboratori di nuove energie e progettualità. Più legati a scadenze elettorali che a autentici progetto di ricerca sul campo. Naturalmente essi soffrono come tutti i soggetti individuali e collettivi politicamente attivi le profonde trasformazioni che nell’ultimo quindicennio hanno travolto il sistema dei partiti, il loro funzionamento, i criteri di individuazione e selezione dei dirigenti, le modalità di costruzione del consenso, i luoghi di formazioni delle decisioni, le sedi di discussione ed elaborazione politico culturale, l’esercizio delle leadership istituzionali. E’ difficile definire ruolo e profilo di questi fenomeni oltre ripeto le emotività dei momenti elettorali. E’ un problema appassionante che meriterebbe un focus specifico.
Mauro Marino
Giustino Fortunato, scrisse in una lettera a Pasquale Villari il 2 settembre 1899: «L’Unità d’Italia è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, nel 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali.»
E' trascorso tempo, ma suonano come parole attuali! Le sentiamo con intonazioni e 'speranze' differenti' dette da politici che hanno avuto tempo per fare e rifare piani, strategie, discorsi, progetti tutti rimasti al palo di volontà altre se è vero come è vero, che si chiama oggi il Sud ad un nuova prova di “orgoglio”. Di autonomia!
Il Nord è rimasto cattivo, allora? Anzi, s'è fatto più cattivo? E il Sud con le sue mollezze, coi suoi vizi, con la sua borghesia incapace di far da traino è rimasto quel feudo antico delle mafie e delle camurrie, delle logge che cuciono e scuciono potere? Delle soggezioni? Dei silenzi?
Di chi sono le colpe? Lasciamo a voi la risposta.
Oggi, sabato 14 febbraio, San Valentino, Adriana Poli Bortone fonda, a Bari il suo Movimento per il Sud. E' un caso? E' perchè di sabato viene meglio incontrare persone?No è una scelta! “Quale data migliore del 14” perchè “Nel giorno dell'amore la nostra terra (viene) per prima” c'è scritto sul Facebook del gruppo “alla regione voglio Adriana Poli Bortone” e ancora “dedichiamo un paio d'ore all'Amore per il nostro Mezzogiorno”.Sul sito www.14febbraio2009.it, c'è un contatore che scandisce il tempo che manca all'appuntamento delle undici al Kursaal Santalucia.Sarà “Storia” domani! Un momento di grande svolta? Vedremo!Noi, sperando di farle cosa grata dedichiamo ad Adriana Poli Bortone questa pagina di memoria.L'appello per un nuovo protagonismo che rivolge oggi alle genti del Sud crediamo non debba mancare di riflettere su cosa il Sud è e sarà, ma anche, soprattutto, su cosa il Sud è stato.“Identità e tradizione” è un motto che sappiamo a lei caro.Due parole dense. Parole politiche! Valori determinanti che devono mantenersi ben saldi alla Storia. Alla conoscenza critica che li nutre e li determinaNoi qui attraversiamo continuamente strade, entriamo qualche volta in un museo, passiamo davanti ad una scuola, ad una statua, scorgiamo un'iscrizione, una lapide. Queste strade, il museo, la scuola, le statue, le lapidi portano dei nomi, che sono storie di persone. Ci ricordano (o ci dovrebbero ricordare) un tempo trascorso, un tempo in cui quei nomi erano protagonisti di battaglie che hanno costruito il nostro ora.Allora innamorarsi di un'idea nuova, rinnovare il legame profondo con la nostra terra deve significare dedizione ed attaccamento al di là dei 'ritorni' personali e delle aspirazioni al successo, può essere fatto solo mantenendosi innamorati di quei nomi.Un atto di fede in un passato glorioso che deve nutrire e guidare i pensieri di chi si propone come motore politico.Certo chi l'avrebbe mai detto che una mattina ci saremo risvegliati patriottici! Ma è così! E' necessario. E' nostro dovere difendere ciò che la politica espone a rischio!
“La propaganda comincia dove finisce il dialogo”
“Fra 30 anni l'Italia non sarà come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la TV”
Ennio Flaiano
Il “Vilipendio tour” di Sabina Guzzanti, ha toccato Gallipoli
Nel nome della verità
Mauro Marino
Ci diceva la “verità” Sabina Guzzanti, dal palco del Teatro Italia di Gallipoli?
Si! Ci diceva le tante verità del nostro disgraziato quotidiano! Le parole sottolineate da applausi, ora timidi, ora fragorosi come se la platea assorbisse colpi, piccole liberazioni, presa da un dire secco, diretto, capace, certo, mai affabulante!
Prima di iniziare uno spettacolo - che non è mai iniziato - ha detto: capiamoci su alcune parole.
Antifascismo, per esempio. O giustizia. O sessantotto. Per due ore così, a saggiare la sintonia con un pubblico che via via sbigottiva di fronte allo sconcerto di scoprirsi vittima, di trovarsi preso nel giogo di un regime subdolo e raffinato nel suo tessere le trame di un controllo che beffardamente “sotto il tallone del Nano” viene chiamato “delle libertà”.
Cosa vedi sentinella? Cosa vedi? Catastrofe vedo! Catastrofe!
Questa la funzione del comico, del satiro meglio. “Protettore dei boschi, dei fiumi e dei pascoli”, della vita e della vitalità, insomma!
Il satiro è capace di graffiare, di osare il vilipendio, l'onta, dando alle parole il peso giusto, tutta la gravità necessaria anche ridendo e facendo ridere.
Tutto per onorare la verità. Quella che si svela muta, nei pensieri di ogni 'disarmato', trova nel satiro, in lei, le parola e la forza della sfida.
Questo è “Vilipendio”, tour politico della caustica 'show-girl' romana.
Una sfida a “B.”! Il Nano, accoglie il pubblico, in piedi su un letto, vestito da Nerone seduttivo e suadente, felice della sua 'enormità' sempre in tiro!
Una sfida alla politica ridicolizzata nei suoi vizi, ma anche e soprattutto nella sua pochezza morale e culturale. Una sferza che non risparmia nessuno sia ben chiaro: “B” il Nano, ma anche Gianfranco Fini, la ministra Mara, il cinico D'Alema, il tonto Veltroni e la Finocchiaro. Il Nanni civico stanco, Bersani, un poco Vendola ed un altro po', con qualche velatura di benevolenza, Di Pietro. Il Papa e le gerarchie vaticane attente a difendere l'agonia della vita.
Ma quanto è amaro quel ridere.
Quanto brucia scoprire che siamo senza occhi, senza più strumenti, gabbati dall'assenza quasi totale di un'opposizione istituzionale ed incapaci di trovare, da noi, strumenti per dire no, basta, andatevene, lasciateci vivere!
In questo guasto ci siamo cascati votando! Turbati ed incantati da un apparente buon vivere. Un benessere drogato dalla televisione e da un'assenza totale di critica.
Il graffio più forte e potente Sabina Guzzanti sembra volgerlo alla stampa. “contano più le fiction che l'informazione” dice. E l'artiglio si volge ad Eugenio Scalfari, ai suoi sermoni domenicali su Repubblica, al suo chiedersi se in Italia c'è un opinione pubblica. Domanda retorica? Se a farla è un giornalista che di quell'opinione deve essere interprete e sollecitatore.
Il quadro è fosco. Cosa vedi sentinella? Catastrofe! Soltanto catastrofe!
La crudeltà di Lenni Bruce e la tradizione poetica dell'Hip Hop tengono il bordone dello spettacolo decorato dai cut-up grafici di Bucchi.
L'essenzialità di un taglio eminentemente politico che accompagna la satira e l' ironia a una documentazione ferrea circa i fatti oggetto dei suoi attacchi: se in Italia la quasi totalità della stampa è assoggetta al potere politico-economico, non resta che ai comici, a volte, restituire correttamente pezzi di realtà costantemente nascosti ai cittadini. E Sabina Guzzanti questo compito si è data. Lei dice: “non sono una ministra, non mi metto carponi”.
Mese della Memoria
Regione Puglia, Assessorato al Mediterraneo
Presidi del libro
Associazione Culturale Fondo Verri, presidio del libro di Lecce
Venerdì 6 febbraio 2008, alle ore 19.30
Antonella Tarpino
Geografie della memoria, Einaudi
Antonella Tarpino, storica, analizza le parole legate alla 'geografia della memoria' in occasione del le iniziative che l'Assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, di concerto con i Presidi del libro, ha indetto per celebrare il Giorno della Memoria.
Nella metamorfosi della memoria contemporanea cambiano i luoghi del ricordare.
La memoria si ritrae dagli ambiti tradizionali dello spazio pubblico per privilegiare la sfera piú intima della vita quotidiana. E la casa, l'antica dimora, finisce per costituire il raccordo emblematico fra memoria e durata.
Il fragile legame tra passato e presente passa attraverso le riflessioni su alcune voci evocative come "rovina", "oblio", "casa", "compassione" e "quotidianità".
Con il loro corredo di oggetti e arredi, le case sono testimoni indelebili del trascorrere del tempo e dei volubili sentimenti che lo accompagnano. Fin dalle origini della memoria come tecnica oratoria, quando gli antichi retori usavano riporvi idealmente parole e cose. Geografie del ricordo divengono cosí le millenarie case in pietra dei villaggi rupestri del Mediterraneo, ma anche le case della mente descritte in tanti romanzi e poi trasfigurate nei remake cinematografici; mentre una vera e propria guerra delle memorie è custodita, a volerla interrogare, tra le rovine dolenti di un borgo francese distrutto dai nazisti. O ancora, seguendo un percorso largamente sperimentale, si possono scorgere nelle periferie delle città, seminascosti da imponenti caseggiati, i relitti di antiche cascine capaci di narrare la storia del territorio.
Tracce di un legame sempre piú incerto e fragile tra il passato e il presente, che solo l'evocazione dei simboli universali dell'esistenza (il profilo familiare della casa delle origini o una culla annerita fra le macerie di un villaggio martire) trattiene in vita.
Antonella Tarpino ha pubblicato i volumi Sentimenti del passato. La dimensione esistenziale del lavoro storico (La Nuova Italia 1997 ) e Geografie della memoria (Einaudi 2008).