Ci sono incongruenze e diversità generazionali nel guardare all'arte, alla cutura. Sia nel farla che nel 'destinarla'. A 'sinistra' come a 'destra', categorie svuotate di valore dall'omologazione ma ancora attive nel determinare comportamenti e sguardi.
Ce ne accorgiamo in questi tempi dominanti da un ilare “monarcanarchico” ispiratore del poeta Sandro Bondi che da Ministro dei Beni e delle Attività Culturali azzoppa il potere delle soprintendenze, rispolvera le Belle Arti, si dimentica dell'arte contemporanea perchè non la capisce e da incarichi di rilievo a manager senza competenza specifica nel tentativo di trasformare i musei in sale da ballo, da ristoro o chissà in bingo!
Ahinoi! Non è da meno il sindaco Alemanno che soprintendente ai beni archeologici del comune ha nominato un tal Umberto Broccoli, archeologo ma soprattutto insopportabile conduttore radiofonico che “con parole sue” ha dichiarato di voler far tornare i gladiatori a combattere al Colosseo! Ahinoi! Ahinoi!! Ahinoi!!!
Dice che ci vuole “meno sacralità e più spettacolarizzione” nel far percepire il bene storico al pubblico. Il popolo oggi come allora ha bisogno di vedere il sangue per emozionarsi! Non bastano gli stadi e le arene improvvisate ad uso e consumo di YouTube?
I 'ragazzi' di Casa Pound ieri l'altro hanno “addormentato” Babbo Natale. Lo sappiamo Egli è immortale, un grande e versatile attore che, per l'occasione, si è prestato alla performance.
Molto intelligentemente e provocatoriamente i Poundiani gli hanno chiesto di sdraiarsi per terra nella foggia classica che un corpo prende quando è investito da un automobile. Il corpo steso allora diventa, per il tempo necessario, protagonista di un set di rilevazione e proprio quello era ciò che si perseguiva: un allestimento (un opera d'arte) per dire che Babbo Natale era ko per i troppi disastri di un economia che non gira più, collassata, svuotata di senso, senza costrutto e proposizione se non sempre il solito dettato del consumare! Consumare!! Consumare!!! Così consiglia l'ilare monarcanarchico.
Herman Hesse (che certo non si può dire uomo di sinistra, anche se...) in un suo prezioso racconto “Il pellegrinaggio in Oriente” ci spiega a cosa servono le lapidi, le vestigia del passato, i resti della Storia. Dice che aiutano la conteplazione, allenano il nostro spirito, la nostra dedizione agli eroi, alla memoria, al passato.
Il Silenzio allora è alleato dell'opera, alleva in chi guarda la consapevolezza, muove la sintonia con la Storia tra presente e passato.
Abbiamo detto in apertura di un'incongruenza. E' in questo scarto tra la semplicità dell'agire, la spontanea vocazione a provocare con e attraverso l'arte e il voler ad ogni costo spettacolarizzare, “consumare” ciò che è dato, ciò che è atto culturale.
Usurarlo per scelta politica è segno di volgarizzazione di barbarie di insensibilità! Malattia della destra ma anche della sinistra, ribadisco!
Lo dicano i Poundiani al sindaco Alemanno! Noi proveremo a dirlo ai nostri! (m.m.)
Professore: -Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L'Italia è un Paese da distruggere;
un posto bello e inutile, destinato a morire.
Studente : -Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un'apocalisse?"
Professore: -e magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.
Studente: -E allora professore perché rimane?
Professore: -Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere"
(La meglio Gioventù-Tullio Giordana.1993)
Irene Leo
"Un posto bello... destinato a morire". Mi dà il brivido questa frase, mentre un film scorre sulla superficie lucida di uno schermo ultrasottile, come lo spessore degli ideali e della voglia di cambiamento di questa realtà. La pelle trasale, governata dall'istinto animalesco, che sembra dire" va' via", "Scappa"! L'impulso è forte e si inerpica sulle gambe fin dentro la pancia, e comincia a pulsare. Il battito accelera. Un'apocalisse sarebbe l'eccelsa vittoria nella sconfitta, perché ciò che uccide veramente è lo stato limbico delle cose, la sospensione indetta dalla regola di mercato, il volenteroso sforzo da parte dei più, che nulla cambi. Fa male a quei pochi con i cuscini di velluto a parare loro le cadute, una qualsiasi ipotesi di cambiamento. Cambiare direzione vorrebbe dire fare il nostro gioco, il gioco di chi vorrebbe far mutare il mondo, o meglio chiedere le dimissioni da questo ed il trasferimento presso una dimensione che considera la persona in base ai suoi titoli morali e meritocratici innanzitutto. Ma tutto parte da lontano. La crisi è cominciata anni fa, risale alla prima volta in cui un uomo vedendone cadere un altro in disgrazia, gli ha sparato alle spalle, la crisi è sempre stata virus latente in un società che non ammette diversità, ma si nutre di omologazione e sorrisi di plastica che investono le minoranze di sana pianta vitale. Era già crisi, quando abbiamo alzato un sasso contro un disabile per strada, ucciso sotto le bombe un nostro pari, era crisi il pianto di un bambino buttato sul marciapiede a morire, la disfatta dei nostri problemi fattasi distruzione di strade cassonetti scuole auto era già crisi, era crisi il rumore dello stadio la domenica, mentre qualcuno moriva così per caso in un gioco diventato amaro e troppo serio, era crisi ammettere che non esistono problemi che chi si "fa" è un perdente e va' lasciato solo e senza speranze, era crisi considerare il corpo di una donna un buon modo per attirare l'attenzione nella vendita di un prodotto pubblicitario, era crisi sentire le bestemmie di chi si fa a pezzi per un parcheggio, o quando l'auto di qualcuno non si ferma a soccorrere un essere umano appena investito, o rubare l'innocenza ad un bambino con il movente di un'infermità mentale che salverà gli anni e le colpe. Era crisi. Era già crisi vedere che basta così poco per spegnere una vita, che basta un nonnulla per mettere fine a quella degli altri....
Era già crisi quando abbiamo imparato ad essere così pieni di pochezza e così troppo figli d'un arredamento vista mare, ostentato come l'orologio d'oro sul polsino la domenica a messa, belle facce piene di sporcizia sotto il colletto, dinnanzi ad un Dio troppo stanco.
Ma è vero, è un posto così inutile questa nostra valle di lacrime, che ha acceso la spia rossa, solo quando la crisi è divenuta economica, anteponendo ancora una volta questa ai problemi di fondo, quelli che vanno ben oltre il conto corrente. Possibile mi chiedo, siamo stati così stupidi da non capirlo, non capire che tutto il male che è in questo presente, è precedente a tutti i crolli di tutte le borse, è ben più grave e più profondo, è ben più sofferente questo male, che ha gli occhi di una donna che ho visto in piazza sere addietro, non aveva le scarpe mentre pioveva e faceva freddo. Un uomo le ha allungato 5 euro nel cappello, dandole il colpo di grazia, consegnandole in mano ai suoi aguzzini, a noi perbenisti dal cappotto lungo e griffato, professionisti del buon costume e delle pessime abitudini. Un altro però le si è avvicinato con il suo ombrello, offrendole riparo. Eccola la differenza, sfuggita alla consuetudine, un briciolo di umanità concreta. Ma è ancora attuabile? I miei pensieri eccoli anch'essi, intrecciarsi alle gocce di una pioggia che sporca le finestra chiusa, ed il fermo immagine del film di Giordana, "La meglio gioventù" di pasoliniana memoria. Lo rivedo ancora per la seconda volta. Non lo so, forse me ne andrò via anche io. Tempo addietro lo scrissi, e brillò in prima pagina nazionale su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di Pasqua (un segno nel segno) che mai avrei abbandonato il campo volendo distruggere quei "dinosauri". Ora mi rendo conto che la questione non è la distruzione in sé del male, ma va eliminata la causa di tale bruttura, di tale incastro, di tale mancanza... di un presente che non lo ammette un futuro. Per nessuno. Bisogna solo avere il coraggio e la coscienza oggettiva per gridarlo forte, che siamo nello scatola di una scommettitore che fa di noi le sue carte da gioco, il viscido sistema che ha permesso tutto questo. La speranza è divenuta rabbia.
Un giorno forse neanche tanto lontano, mi metterò un impermeabile addosso, una sciarpa alta, un paio di stivali comodi, e me ne andrò lontano anche io...ma prima l'avrò fatto:avrò contribuito alla morte del mio paese. E forse questo bisogna auspicarsi una morte indolore, una guerra interna alle cose. Bramare una fine, in attesa di un giorno nuovo, di un altro inizio.
"Nel quartiere borghese c'è la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l'esistenza." (Pier Paolo Pasolini)
La nuova politica non c'è! Non ha faccia! Anzi si! Se la rifà su “Facebook”! Una faccia virtuale - magari curata da uno spin-doctor e redatta dai supporter, dai fan, dal comitato di redazione - dove si fanno vivi gli amici, si raccontano le storie, si tessono le novità, si presentano le intenzioni e i programmi elettorali. Una faccia delegata alle fotografie, all'immagine, esposta nella vetrinetta del pc a portata di clic. Altro che quei pallosi comitati elettorali dove incontrare la 'ggente'. Che fatica doverla ascoltare, dover dire sempre si! Prenderla, gioco forza, in giro! “Sai, la benevolenza è virtù politica e l'elettore è sacro, chiama la seduzione, gli piace!”, mi dice uno navigato e navigante. Indago, ma per entrare devi registrarti. Non volevo farlo, io sono animale da blog! Mi piace la scrittura. Come al solito all'antica, conservatore! Vuoi mettere la visibilità immediata che ti dà la pagina di splinder, di woordpress, di blogspot? Quello di Facebook sembra più un giro da confraternita, da loggia, da cosca! Una cosa da amici degli amici! Faccio lo sforzo, sono anch'io della partita. Ambientino popolare ma esclusivo! Va bene, proviamo a starci. C'è una voce trova amici! Clicco, e il mondo di facebook mi si apre, subito mi appare la faccia di Carlo Infante, grande sperimentatore di social network. Digito i nomi della politica di casa. Il solito guardone! Adriana Poli c'è, 2.275 amici, esulta nella fotina con i pugni stretti. Sappiamo che dal suo spazio in rete lancia tra gli amici l' “io lo voto” per l'avvocato Gianni Garrisi (nella foto). C'è Paolo Perrone, 493 amici, con la maglia giallorossa della Notte della taranta, c'è Sergio Blasi, 305 amici, che si affaccia dalla sua scrivania di sindaco, c'è Angelamaria Spagnolo, 158 amici, in tenuta dark e c'è Massimo Manera, 16 amici, che ride in bianco e nero... L'amico poeta mi dice che la comodità di facebook è nella sua forza di propagare una notizia, di diffonderla facendola rimbalzare nella rete. Su myspace è diverso devi metterci qualcosa che fai, una clip, una musica, un progetto, una capacità anche quelle malefiche che la cronaca ci ha mostrato. Se fai un blog devono proprio venirti a cercare, devono sceglierti! Su Facebook da qualche parte appari, sbuchi, ti portano gli amici! E' questa la virtù del gioco: devi farti degli amici! Ci vuol fegato! E il mio è già provato!Fondo Verri Presidio del Libro di Lecce
12 dicembre ore 21.00
La poesia mischia lingua
incontro con il poeta maltese Antoine Cassar e il musicista salentino Dario Muci
Antoine Cassar poeta e traduttore è nato a Londra nel 1978 da genitori maltesi, compie i suoi studi tra Malta, Italia e Spagna, e consegue un Degree in Modern European Languages all’università di Durham (UK). Attualmente sta specializzando i suoi studi nell’analisi del sonetto.
I suoi recital mischiano lingue. I mużajki o mosaics poems, sotto la forma metrica del sonetto petrarchesco, miscelano inglese, francese, italiano, maltese e spagnolo in una forma di poesia multilingue. Pubblicati nella prima edizione nell’antologia Ħbula Stirati, (Tightropes), mantengono una loro coerenza ritmica e logica nonostante la forte contaminazione dei linguaggi. I temi affrontati sono la vanità della vita, l’amore nelle sue ambiguità, i tragici effetti del colonialismo.
Dario Muci “Sulu...un uomo del Sud”
Questa è la mia terra…il mio sud.
Terra di popoli…terra di partenze e di arrivi, dell’oro verde… dei coralli e dei fondali marini. Terra di riti e tradizioni… di pietre sacre, pagghiare, parazioni. Terra dei mari…dei venti… di torri vedette, grotte, re danzanti… Terra di travagghiu e disoccupazione, terra di passaggiu, di accoglienza e di emigrazione. Questa è la mia terra…e c’è tanto da scrivere. Questo è il mio sud…il Salento, questa…la nostra musica
Un affascinante viaggio nella musica popolare salentina. Accompagnato dalla sua chitarra, Dario Muci, interpreta il classico e l’inedito repertorio tradizionale della sua terra, omaggiando tra l’altro alcuni dei più grandi cantastorie e cantori del sud Italia, da Otello Profazio a Matteo Salvatore, da Rosa Balistreri a Uccio Aloisi. Un percorso nella tradizione orale del nostro paese, intrecciato a momenti significativi che hanno caratterizzato la vita e la crescita
dell’artista. Il Salento ritrovato da Dario Muci, l’indelebile ricordo dei canti origliati dalle campagne dei nonni, le registrazioni sul campo,la world music, il teatro con Pamela Villoresi e il cinema di Edoardo Winspeare. Canti trovati e rielaborati nei suoi tanti progetti, ripercorsi in
quest’ultima fatica dal titolo “Sulu, un uomo del Sud”.Dal 27 novembre ho portato questo spettacolo a Chieti, Venezia, Treviso, Roma, Viareggio, Forlìmpopoli e infine Lecce per concludere il tour.