
Silvio Berlusconi in difesa della sua scuola dice: al pugno di ferro “dovete farci il callo”
Mauro Marino
Viene voglia dei katanga. Non sapete cosa sono?
Era il servizio d'ordine della Statale di Milano! Nel 1968. Duri e puri e fedeli alla linea.
Forse “Lui” se li ricorda. Erano rigorosi, con l'eskimo verde. Facevano barriera con gli “stalin”, i bastoni dei picconi, ben serrati a schiera. Era impossibile varcare il loro picchetto.
Viene desiderio di quella determinazione ma forse è meglio lasciar perdere e votarsi all'intelligenza come consiglia il buon Giorgio Napolitano.
Non che quelli non l'avessero. Facevano strategia, leggevano i manuali di guerriglia si allenavano anche, si laureavano in filosofia, in ingegneria. Il loro capo pensate, il Mario, era studente alla Cattolica.
Ma, la “forza”, lo sappiamo i danni che ha provocato. Non ha vinto nessuno!
Anzi no, hanno vinto “loro”, quelli che adesso “Lui” rappresenta con la sua mania di salire sul predellino delle auto per fare il capopopolo, per fare quello sempre all'attacco.
L'uomo d'ordine che quando gli gira si mette la camicia bruna e me lo immagino davanti allo specchio della villa di Arcore a fare le prove con la mascella e il cappello con l'aquilotto appollaiato sulla visiera. Ah! che bruciante nostalgia, la sua! Che tempi, sicuro farebbe uguale se potesse! Se fra le palle non avesse quel musone di Gianfranco diventato uomo di Stato e quelli della Lega che non si capisce mai bene cosa vogliono. Lui è fascista! Lo sappiamo! Che cos'è uno che non è mai andato alle celebrazioni per il 25 aprile? Un fascista! Uno che dice le scuole sono mie e guai a chi osa occuparle! Che cos'è? Un fascista. Uno dei peggio! Lui può! Lui è garantito, è uomo ricco e le sue aziende le ha gestite col pugno di ferro e... la virilità (emh..., lasciamo perdere). Un esempio per tutti! Così si fa se vuoi riuscire: carota e bastone, fucile e moschetto, ordine e disciplina! Un'azienda una patria!
Altro che etica, le paranoie dei figli che si scherniscono, offesi dallo strapotere dei padri.
L’etica vera è la degenerazione del “sono io a decidere”, sono io che controllo, e nulla! sia ben chiaro, nulla! può essere diverso!
Vien voglia dei katanga! Di quella solida sinistra! Loro avrebbero detto 'vabbè, venite pure, vi aspettiamo. Ti aspettiamo! Che ti facciamo il callo!'.

Un artista che non può mancare in un
Centro di Documentazione delle Arti Visive
che fino in fondo voglia essere tale è Edoardo De Candia.
A lui andrebbe intitolato, per conservarne la memoria, per proteggerla e tutelarla.
Lui non era DeCo, non gli nteressava alcuna etichetta. Era libero nella sua inquietudine!
In una città che forse lo ha compreso, lo ha tollerato ma non lo ha mai premiato.
Perchè resto qui a marcire
se c'è un altro mondo che palpita,
che mi accetta integralmente.
I giorni sono lunghi,
stanchi, trascorrono per nulla,
nel vuoto assurdo.
Edoardo De Candia
Preferirei essere zoppo o cieco piuttosto che essere così spento di dentro.
E' come non poter camminare e vedere.
Se fossi uomo con una volontà ti dovrei raggiungere stare un po' con te, così come vuoi tu.
Lo sai che non stò con una donna da quando sono stato con te!
E' assurdo tutto ciò.
Sono uno smidollato o vergogna di me stesso e il tempo serve solo ad avvilirmi sempre di più.
Se fossi certo di questo mi ucciderei subito, il fatto è che c'è qualcosa in me che non esce perchè non può uscire. Sono impedito è tutta una questione che riguarda il mondo esterno. Sono bloccato!
Io ho bisogno di conoscermi a fondo, ho bisogno di situazioni che mi riguardino per poter agire.
Ho bisogno di coraggio, di ritmo, di vita.
Mi sento come calato in un pozzo profondo, appeso ad una corda e sento che le mie forze non ce la fanno a tirarmi su, alla luce.
Resisto così, fermo nella speranza che qualcuno si accorga di me e mi tiri di sopra.
Sotto di me ci sono acque oscure che mi vogliono inghiottire sopra il buio, luminoso il passaggio alla luce, alla natura, alla vita. Se non mi muovo, non ho più scampo.
Sarebbe stato bello stare insieme, quei pochi giorni di Parigi.
Ma perchè resto qui a marcire se c'è un altro mondo che palpita, che mi accetta integralmente.
Ho perduto il senso! Sto perdendo la vita senza avere mai vissuto realmente.
I giorni sono lunghi, stanchi, trascorrono per nulla, nel vuoto assurdo.
Dice un proverbio africano: “il mondo è come un albero marcio se ti appoggi ad esso caschi”
Il mio grande sbaglio!
Bisogna muoversi e mantenersi in equilibrio da soli.
Non ce la faccio! Sono morto da lungo tempo. Trascino questo mio cadavere per la strada sino a giungere al letto da dove vorrei non alzarmi più.
Cose penose, tristi in un deserto senza la speranza di poter raggiungere una meta.
In che mondo mi trovo, non lo so (se lo so) di che cosa ho paura.
Della fame dei miei simili. Di non trovare un letto.
A che serve mangiare se non si ha fame. Andare a letto se non si ha voglia di lavorare.
Se non è necessario svegliarsi col sole che spunta e non avere niente da dare.
(Lettera a Jeanne Maigre 1966, da Edizioni Dopopensionante – Cartella Edoardo)
- Ehi! , mi fai un regalo, prima di tornare a casa prendi il nuovo cd di Fossati!?
Ivano Alberto Fossati di 33 giri e di cd ne ha fatti più o meno ventisei, il primo Lp nel 1971, con i Delirium, senza contare le tante collaborazioni.
L'attesa dura più o meno un anno, certe volte due, poi l'uscita e i fan si preparano all'ascolto.
Un rito che si ripete: l'acquisto, rigorosamente di un originale e... a casa di filato, togli il cellophan, apri la confezione... veloce, fino al play.
E poi, pian piano esplori.
E' sempre così con un disco nuovo: distilli l'ascolto.
Pian piano, a gustare sino in fondo, conoscere le parole, gli incisi sonori, le variazioni ritmiche.
Impari il testo, lo canti, poi solo viene in mente, sussurra, ti prende.
- A me non piace Fossati, dice una al banco di Pick Up, è sempre uguale!
Già, 'è sempre uguale'. Sta qui il mistero: quel 'sempre uguale' ti canta l'anima.
Se no 'uno', un autore, perché ti piace, ti convince?!
Ti dice parole e ti fa dire parole. Questo è la canzone, la poesia cantata.
“Musica moderna” (Columbia, 2008) si chiama il nuovo lavoro del cantautore genovese, undici canzoni che attraversano la memoria, raccontano storie, sussurrano sogni e parlano di un mondo, ancora forse, troppo veloce, un viaggio attraverso suoni diversi, che si inseguono senza una continuità melodica definita.
Ed è proprio 'moderno' il suono che ascolti, quello 'classico' che gli è proprio. La sua geometria compositiva attraversa con sapienza il canone melodico del rock. Musica moderna, appunto. Genere conosciuto, ampiamente socializzato, pop (popolare), con le “conseguenze” vocali, le entrate corali e i soli che modulano ed educano l'ascolto. Il sax a fare le coloriture, il controcanto, l'organetto di Riccardo Tesi, la cornamusa e i flauti fanno il viaggio, organizzano ciò che è del corpo! Della danza! C'è tutto, 'sempre uguale'. Tutto ciò che serve a raccontare storie. Ciò che serve a quel cantare, a quella voce.
Sottolineature, pause, ritorni ritmici, rif melodici, sapienze compositive tutte volte tutte al dire della poesia. Da chansonnier, autore poeta. E' qui la chiave di comprensione di Ivano Fossati, di quel 'sempre uguale': la canzone, il piacere di cantare, di dispiegare la canzone, di suonarla.
E Fossati oltre che poeta è anche filosofo-politico, educatore civico volto al pubblico. Divulgatore di anima quando canta l'amore e la fragilità, di civico sentire quando leva il canto “sociale”.
“Musica moderna” racconta di un mondo troppo veloce, popolato da esseri affrettati e persi dietro un'idea di futuro che rischia di diventare pericolosamente insipido, stupidamente autocentrato, "spazzatura". Parla di tv, gossip e processi mediatici ('Il paese dei testimoni'), così come del problema dell'acqua e dell'incetta delle risorse idriche da parte delle multinazionali ('La guerra dell'acqua'). Racconta sogni occidentali fatti dall'est, dalontano, dove il mondo è ancora immerso nel passato ('Last minute'). E parla d'amore. Dell'amore appena nato, emozionante, con tumulti allo stomaco ('Miss America'), fino all'amore acquisito, celebrato e trascurato ('D'amore non parliamo più') a a quello dichiarato e romantico ('Musica moderna').
Mauro Marino

Due libri di recente pubblicazione
ricordano Rina Durante
ma ciò che veramente manca è la sua scrittura
Mauro Marino
Due libri di recente uscita raccontano di Rina Durante! Ce n'era bisogno!
Che, da quando Rina è scomparsa, poco è accaduto. I soliti tira e molla, i niet e i “che cosa ci guadagno” regolano la vita di un autore dopo la sua morte. Al massimo quello che può capitare è un opera 'in memoria'! Compilation di ricordi e di fraterne nostalgie. Capita per tutti. Ti viene da pensare quando valuti e pensi all'eccesso di tutela che i nostri autori subiscono, una volta scomparsi, loro, che mai si sono tutelati: vitalisti e generosi, anarchici nel loro non appartenere.
Ti viene da pensare! Da fare testamento e decidere prima della dipartita a chi ogni rigo che hai scritto deve andare, che fine deve fare, chi lo dovrà pubblicare! Se no, cala il sipario e amen! Definitivo! Neanche una parola di quelle che hai speso, scritto, pubblicato, ritorna! Che fatica e che dispiacere perdere tanta bellezza!
Pensate all'introvabile “La malapianta”, pubblicato da Rizzoli e vincitore del premio Salento nel 1965 (quando il premio aveva un senso). Un romanzo preziosissimo! Ogni volta che qualcuno me lo chiede in prestito rimango col fiato sospeso: dovrò fidarmi!, se voglio che quella meraviglia abbia altri occhi...
A questo vuoto hanno provato a dare un 'senso' un gruppo di studentesse del Liceo Scientifico Statale “Antonio Vallone” di Galatina con “Rina Durante, la scrittura delle radici” una ricerca collettiva - coordinata dalle professoresse Luce Maria Cudazzo e Francesca Fedele, pubblicata dall'editore Progedit di Bari - e Clelia Ancora che in “Istantanee d'autrice- Rina Durante” (Editrice salentina) traccia un inedito e realistico ritratto a più voci della scrittrice salentina.
Opere nelle corde di Rina, militante di un’idea di cultura partecipata, testimoniale, al servizio della piena valorizzazione delle culture subalterne. Uno sguardo, il suo, volto al narrare, capace di andare all'intimo, formatosi in anni e anni spesi con energia e curiosità. Sempre, fino alla fine!
“Fare il poeta, ma anche lo scrittore, è faticoso, perché è una grande fatica trovare la verità di tutti, ma ancora di più dirla a tutti. In un mondo che rinuncia al proprio volto, che fa di tutto per mistificarsi... Il poeta, oggi, ha questo dovere di deludere, gridando alta la sua verità”, scriveva nel 1980 sul ‘Caffè greco’, il fascicolo unico di letteratura di Antonio Verri, rivolgendosi ai “giovani poeti”. Il suo impegno, la sua conoscenza, la sua ironia, la sua sagacia critica, la sua arguzia intellettuale hanno servito un “movimento” mai sazio di maestri, capace di ascoltare quando trova sapienza ed umiltà.
Ascoltavo pochi giorni fa Emanuele Licci cantare “La quistione meridionale”, una delle canzoni di Rina, e l'emozione m'ha preso. Com'è sottile e calibrata la composizione, ogni parola porta in sé melodia, rabbia, disincanto. O “Luna otrantina”, l'avete mai gustata sino in fondo? Con i colori, i rumori, i silenzi che chiamano all'intensità della Storia? Sensibilità unica e capace, accogliente così tanto da farsi carico dell'intero sentire d'una terra. La sua intensità, il suo sotteso po-etico che appartiene al Mondo.
Qualcuno m'ha detto stamattina che questa terra non ha artisti! Un po' snob, il signore! O cieco, o sordo! Come fare a non accorgersi dello slancio di questa terra nel darsi espressione, interpreti, autori? Meglio non dare risposta e lasciare gli ignavi al loro nulla.
Un terzo lavoro su Rina Durante sappiamo in incubazione, lavorato dalla pazienza certosina e dalla volontà di Pino Sansò, prezioso perchè riporta alla luce novelle e piccoli reportage che Rina pubblicò sulla Gazzetta del Mezzogiorno negli anni sessanta. Finalmente la sua scrittura! Altrettanto potrebbero fare gli amici del Quotidiano di Puglia e del Corriere del Mezzogiorno…
foto tratte dal film 'Come farò a diventare un mito' di Caterina Gerardi
C'è un blog dedicato all'esperienza e agli incontri
di Georges Lapassade in Italia.
L'intenzione di Salvatore Panu, animatore dell'iniziativa
è innanzitutto di far emergere la rete di realtà
che lo hanno conosciuto per stimolarne l'informazione reciproca,
gli scambi e le possibili iniziative comuni.
Il sito è ancora in fase di allestimento
ma chiunque voglia può collaborare fin d'ora:
http://georgeslapassade.blogspot.com/
Un convivio
dedicato a Georges Lapassade
Salvatore Panu
La prima proposta è quella di un “Convivio dedicato a Georges Lapassade” da tenersi a Bologna, l'8-9-10 maggio 2009.
Il 10 maggio era il compleanno di Georges Lapassade. L'idea è di trovare il tempo e il piacere di incontrarsi con un gruppo di persone che possono condividere le esperienze intense vissute con Georges Lapassade. Oltre alle numerose pubblicazioni, i viaggi e gli interventi effettuati in Italia nel corso della sua vita costituiscono la sua eredità principale e tracciano una comunità eterogenea, diffusa dal Sud al Nord Italia, che può incontrarsi e scoprire profonde affinità elettive.
Ho un forte desiderio di riflettere insieme sulle pratiche e sul pensiero di Georges Lapassade, dunque cercheremo, con l'aiuto di Roberto Panzacchi, Gianni De Giuli e gli altri "bolognesi" che lo hanno conosciuto, di trovare un luogo adatto, possibilmente fuori dalla città, che possa ospitare 15-20 persone, non di più, per tre giorni, 8-9-10 maggio 2009.
L'idea è di passare tre giornate insieme. Saranno presenti solo convitati e non un pubblico convegnistico. Chiunque voglia partecipare è invitato a portare un proprio contributo tramite la presentazione di un libro, uno scritto, un documento, un articolo, un discorso di Georges Lapassade filtrato attraverso il racconto di una esperienza personale. Credo sia molto interessante scandagliare grazie alla viva voce di ognuno di noi, in tre giorni, l'opera molto articolata e transdisciplinare di Georges Lapassade.
Ritengo che le sue pratiche e il suo pensiero critico siano molto utili oggi per capire le trasformazioni e le possibilità vitali della società contemporanea. Non si tratta quindi di una commemorazione, se non nel senso stretto di ricordare insieme. Piuttosto si tratta di un tentativo di ricerca collettiva che comunque ci può permettere, anche se in maniera non proprio filologica, di ascoltare dalla voce una lettura il più possibile globale della vasta opera pubblicata di Georges Lapassade. Naturalmente l'invito si può estendere ad altre persone che voi conoscete e che pensate possano essere interessate vivamente a partecipare. In tal caso vi prego di farmi sapere. Aspetto vostre proposte e adesioni
George Lapassade è nato il 10 maggio 1924 ad Arbus, un piccolo villaggio nei Pirenei, nel sud della Francia. E' morto a Paris - St. Denis, il 30 luglio 2008.
Perversioni dell'anima