L'artista De.Co.
Mauro Marino
Ma che si inventano!?
L'artista a “denominazione comunale”. La tutela e la promozione dell'arte salentina. La giornata dell'artista. Il museo a cielo aperto! Roba da medioevo, con quello che alla sera chiude le porte della città e controlla le botteghe delle corporazioni. Che non si fa per un po' di voti! Per una piccola vetrina! Per sentirsi ascoltati dal palazzo! Bah! Questa città non smette mai di stupire.
Una storia che nasce nella scorsa campagna elettorale e che pian pianino s'è mossa, ha aggregato, sollecitato l'interesse del vicesindaco e assessore alla cultura Adriana Poli Bortone. Sempre pronta all'ascolto. Cultrice del bello e delle arti e del suo pacchetto di voti! All'epoca il “promotore” Vittorio Tapparini era candidato con i social-popolari di Mario De Cristofaro, da pittore costruì la sua campagna elettorale su parole d'arte in difesa dell'arte! Sappiamo tutti com'è andata. Ma “Boia chi molla!” appunto! E allora che fare? Continuare la battaglia, perchè no! Un bel “Nuovo Movimento Artistico” (a pensarci bene si sentiva la mancanza d’avanguardie) in fondo la carriera politico-‘sindacale’ rende meglio del faticare dell'arte e... dopo riunioni e riunioni, un bel po' rimandate di lunedì in lunedì a guardare i comunicati stampa di convocazione e di rinvio che si sono susseguiti in queste settimane, sembra essere tutto pronto: finalmente la città d'arte avrà un drappello di artisti 'doc' anzi no è troppo, presupporrebbe una valenza extraterritoriale, facciamo 'De.Co.' (denominazione comunale! sob!) che le daranno lustro e visibilità
Una conquista!? Sarà..! Pensavo già di vivere in una città che è un museo a cielo aperto col suo barocco, densa di attività e di un fare unico di artisti-artigiani che trovi solo qui. La tradizione della cartapesta, i restauratori di arte sacra, quelli che modellano la pietra e poi designer capaci di stupire in show room internazionali, gli orafi, i pasticceri per non parlare della ‘ ricerca’ che silenziosi la abita. La gente che viene qui lo sa, ci viene apposta! Viene a cercare ciò che noi non vediamo, a godere delle botteghe che in umiltà si lasciano scoprire. Sono loro a scegliere ciò che è arte e ciò che non lo è . Sono loro che sanno riconoscere la bellezza e la distinguono dall’improvvisazione .Ci vorrebbe ben altro! Quello che non c’è mai stato che forse mai ci sarà! Un attenzione vera, un fare comune per il bene comune. Anzi, un non fare!
Un de-pensare, un allontanarsi. Un non esserci. L’ Arte! Quella necessità. Quel “non”!
Mauro Marino
E' sempre l'emergenza che fa muovere 'gli illustri sederi' dalle comodità delle poltrone.
Mai prima - quando tutto pare avvolto dal velo della pax, dalla quiete, dall'apparenza - si va a guardare, si tenta il rimedio, la cura, la parola, l'entusiasmo, l'invito al fare e tutto quello che è necessario a costruire una vita possibile. No, ci vuole che qualche scellerato faccia strage, per capire che non è solo la monnezza il problema di Napoli e del Sud. Quella in fondo è facile portarla via, basta volerlo! Mobilitando mezzi e denaro una sistemazione si trova, anche a costo di far scontenti i padroni della merda, i camorristi dico, che certo sarebbero fortemente danneggiati dal perseverare di una volontà di pulizia e di bellezza.
Ieri, grande spolvero (è il caso di dirlo) al Teatro Comunale di Castelvolturno. L'iniziativa, tengono a precisarlo è stata organizzata prima dell'eccidio del 18 settembre scorso, c'erano insieme i leader sindacali e il presidente di Confindustria, la signora Emma Marcegaglia. Nel corso della manifestazione, dopo le testimonianze di un imprenditore taglieggiato dalla camorra e di un lavoratore edile minacciato dagli emissari del racket, i segretari provinciali di Cgil, Cisl e Uil hanno letto un documento, lo hanno consegnato alla presidente di Confindustria e ai leader sindacali, e lo hanno inviato al ministero degli Interni e alla Presidenza del Consiglio. Bell'iniziativa!
Ma si ha l'impressione che, alcuni, usino due metri diversi per misurare la propria coerenza e per dispiegare la propria etica. A Castelvolturno si parla di legalità, di senso dello Stato, si sollecita la società civile a reagire e a Modugno - che sempre a Sud è - si investe senza chiedere il nulla osta paesaggistico per tirar su un termovalorizzatore, quelli che bruciano la monnezza per produrre energia. Questo accade, è cronaca di questi giorni.
La monnezza sempre di mezzo, il business dello smaltimento: il gruppo Marcegaglia, con la sua Eco-Energia, è stata fermato dal Nucleo Operativo Ecologico dei Carabinieri di Bari, aveva ottenuto dalla Regione Puglia il parere favorevole per la valutazione d'impatto ambientale (Via), ma non ve n'erano i presupposti l'area di 35.000 metri quadrati, su cui 'danzavano' le ruspe, è sottoposta a vincolo paesaggistico e idrogeologico.
Non si fa! Signora, non si fa!
E' questione di Etica. Di corenza, di credibilità.
Non vale che 'gli affari sono affari!', non vale, questo lo fanno i camorristi, gli scellerati. Da un industriale, da una presidente donna di Confindustria, ci si aspetta altro! Magari una rinuncia ogni tanto, un maggior controllo, un rigore inflessibile.
Questo serve al Sud. E all'Italia, che sempre Sud è, d'Europa!
Mauro Marino
Lo sapete, l'ho già scritto altre volte, viaggio in treno. Su quel “teatrino”, (si teatrino, più che trenino) che sono i malandati vagoni della ferrovie Sud Est: un piccolo mondo senza regole. Un mondo dove il Tempo non governa, è cosa relativa, dove l'attesa e l’imprevisto diventano un esercizio spirituale, un allenamento alla pazienza. Un limbo di privilegio, in fondo, per chi si interessa di storie. Vite e destini si intrecciano nella ‘prossimità’ del viaggio, guardi un’ umanità da un margine essenziale che scarnifica i caratteri, li espone all’ordinario di un “potere” scomposto, svagato, approssimativo. Ti affidi, tutti si affidano, prima o poi s’arriva. Ti fai spettatore dello sbigottimento che si trasforma in ironia, in sarcasmo, in incazzature più o meno manifeste, in rassegnazione. E’ così che si viaggia nel Salento, l’unico conforto è che forse qualcosa cambierà, lo hanno promesso, c’hanno messo dei soldi, ma il Sud dei Sud non è mai premiato, le carrozze nuove sono avvistate nelle tratte baresi, si dice, ma non risolverebbero comunque l’andazzo. Il problema è radicato, potremmo dire di sistema, strutturale. Non c’è metodo, stile, un idea d’insieme, un ordine. Tutto in mano alla volubilità dei controllori anche loro quasi mai in regola, non vestono una divisa. Provvisoriamente contrassegnati da un badge, sembrano voler far altro, fuggire via da quei trenini che sono il teatrino della loro vita. Oggi ne è capitato uno ligio ai doveri, rigoroso, tutto d'un pezzo. “Con me questo non può accadere!” afferma perentorio, convinto. “Con me...” appunto, ma forse con altri può accadere che un immigrato - sono in gran numero sulle tratte di percorrenza, utenti quasi unici nelle ore serali - si portasse dietro la sua mercanzia. Stamattina erano in due con bagaglio in verità un pò voluminoso. Pacchi e pacchetti legati con lo spago, mercanzia, cose di sopravvivenza. Lui, l'uomo del sud est li ha lasciati a Novoli. Non li ha fatti salire. Non tanto per l'ingombro, che i due tentavano di ridurre dando ordine al carico, ma perchè aveva deciso così. Con lui le cose devono rigare per il verso giusto, diceva. Via dal mio treno, giù o chiamo la finanza, i carabinieri... Razzista, forse! C’era livore! Era incazzato, nevrotico pareva, infastidito! Non si sopportava! Questa l’impressione. La sua rudezza lo mostrava ridicolo, stupido! Cercare il rigore è esercizio vano, nevrotizza, dove regna il nulla!
La scomparsa di Leo
Non era il mio primo teatro.
Quello l'ho trovato sin da ragazzino. L'Ariston accoglieva le mie solitarie fughe, mi piaceva andare lì a guardare gli attori, anche quelli dell'operetta ed un indimenticabile S.A.D.E. di Carmelo Bene.
Era proprio il “contatto” con l'attore che mi affascinava, stare li: presente ad una presenza.
Non era il mio primo teatro quella volta a Roma,gli anni settanta, in un piccolo spazio a Trastevere la ditta Leo & Perla presentava un suo spettacolo. Ci ritornai due sere di seguito. Innamorato! Per lo stesso spettacolo, con due esiti diversi.
La scena piccola, scarna, piena della presenza dei due, del loro vibrare, che mischiava sapienze teatrali al dialetto, delle ruote di bicicletta rese quadrate pendevano dal soffitto, poco altro- Non ricordo se era “La faticosa messinscena dell'Amleto” o “Sir and lady Macbeth”, forse quest'ultima visto che la lady, la seconda sera non c'era, reclusa in camerino sbraitava le sue parti mentre Leo recitava altro. Cose che succedevano in quei gloriosi tempi di pura iconoclastia.
Leo era nato a Gioi, vicino a Salerno, nel 1940. Ma era anche 'pugliese'. Cresciuto a Foggia, in una sorta di doppio radicamento in quel Sud che sarebbe sempre rimasto impresso nei suoi spettacoli, “è stato fra i pochi capaci di far coesistere con una sorta di squilibrata armonia l'insofferenza del ribelle e la statura di un autentico maestro. Con la stessa disinvoltura, si può dire, sapeva affiancare l'irriverenza più sfrenata e uno scostante amore per una certa tradizione”.
Leo aveva attraversato le cantine romane - Carmelo Bene e Lydia Mancinelli -la sfida con Perla Peragallo e poi il Sud di Marigliano, il Teatro di Leo a Bologna, il Festival di Sant'Arcangelo e tanto, tanto altro ancora. Nomade era stato, capace protagonista e maieuta di teatro.
E' morto ieri l'altro Leo, a Roma. Morto per la seconda volta!

Mauro Marino
O che onore! Che onore, che soddisfazione! Solo al pensiero...
Il Teatro Paisiello entra in “scala” nella scatola della TV.
Un pezzo di Lecce apparirà agli occhi di tutti gli italiani amanti di “Affari tuoi”, la trasmissione dei “pacchi”! Quella federalista: a Max Giusti è affidato il compito di guidare i 20 concorrenti nell’ “insidioso” percorso tra i pacchi che si snoda idealmente lungo tutta la penisola, di regione, in regione. Grande metafora e programma “popolar-cult” di Rai Uno prodotto in collaborazione con Endemol Italia.
L'idea di riprodurre un teatrino ottocentesco “per far sentire i concorrenti per una sera protagonisti sul “palcoscenico” tv”, è venuta a Riccardo Bocchini ispirato dalla bellezza del Teatro Paisiello lo scorso giugno durante la sua permanenza in città in occasione del premio Barocco.
Ispirato? Ma dove guardava? Soltanto l'apparenza, la scatola, il contenitore, non il teatro. Vabbè è solo uno scenografo! Non va alla sostanza!
Sempre lo scenografo abbagliato dalla bellezza della città, si prodiga, spera “coadiuvato dall’amministrazione comunale di Lecce”, per realizzare il suo desiderio: “realizzare una serata di “Affari Tuoi” proprio all’interno del Teatro Paisiello, per uno degli speciali serali.”
Ecco, bene! Così si accorgerà che quello è un teatro sbagliato. Un teatro che ha bisogno di essere rivisto nella sua funzionalità: palcoscenico senza elasticità e acustica perchè con tavole poggiate su cemento, graticcia in cemento, corderia con argani rumorosissimi, palco troppo alto rispetto alla platea, acustica di sala compromessa con parti mute. Vi sembra poco?
Che onore, che onore, che soddisfazione!
“Affari tuoi” a Lecce “un mezzo straordinario di promozione e marketing dell’immagine della nostra città. “Una bomboniera, il nostro teatro, la cui bellezza non è certo un mistero e che adesso, grazie al veicolo televisivo, potrà essere apprezzata anche oltre i confini nazionali”, dice Adriana Poli. Solo al pensiero...
Ma non per farmi gli 'affari vostri', quanto costerà la trasferta?
Non vi basta la ciofeca del premio barocco?
Attenti al pacco!
Che male hai? L'eventite!
Mauro Marino
Che peccato, il Salento affonda! Per un palese, diffuso e sconcertante 'non saper fare'! I giullari lasciati soli, sgovernano, i politici mettono i denari, nessuno controlla, nessuno è presente, se non per la passerella, per le strette di mano, per il buffet.
Far divertire il popolo, non farlo pensare! Che sembri una festa! che sia sempre festa, di notte soprattutto, tutti in bianco, che perdano il sonno ed anche l'orizzonte d'ogni logica!
Organizzare eventi è diventato nel Salento lo sport più in voga.
Una “folta schiera” si prova nell'arte della “curatela”, come se fare e proporre cultura fosse alla portata di tutti e non un lavoro di scavo, di conoscenza, di presenza, di memoria.
Mettere insieme gli artisti, chiamare a raccolta il pubblico, preparare l'accoglienza... e che ci vuole!? Roba facile. Basta andare da un sindaco, da un assessore, da un consigliere influente e lanciare l'amo. L'idea! Basta l'idea, basta saperla raccontare che poi a realizzarla...
Sempre di più sindaci, assessori, consiglieri influenti dovrebbero tener conto che tra il dire e il fare, c'è l'impresa titanica dell'attraversare il mare, e non è detto che tutti ce la possano fare!
Che la notte si dorma, dunque! Che la cultura torni alla sua normalità, alla sua quiete di ricerca, alla sua essenza “cosciente” e “conoscente”. Lo spettacolo faccia lo spettacolo che è “scienza”, maestria artigiana, esperienza, non improvvisazione. Per gli artisti, per i libri, gli autori, gli editori costruiamo i luoghi giusti, per incontrarli e godere del loro creare. Offriamogli tutto ciò che si meritano, gli strumenti utili, quelli che servono, che ci chiedono per far bella figura e sentirsi tranquilli, soddisfatti, certi dell'efficacia del loro fare. Offriamogli anche un po' di soldini se è il caso, l'acqua fresca per l'incontro con il pubblico, uno spazio dove riposare, cambiarsi, prepararsi, concentrarsi, un po' di vino, sani taralli.
Sia ben chiaro, questo per tutti! Non solo per le star, per i grandi nomi. Anche il corollario, quelli che fanno numero meritano attenzione, non il solito “invece cu ringraziane se lamentanu”.
Anzi meglio credo sia più opportuno che siano loro, gli artisti, a ribellarsi, a negarsi, a dire no, grazie, non mi interessa! Bisogna incominciare a farlo. E' per non essere usurati, scancati, schiacciati, umiliati. O no?
Domani, martedì 9 settembre, alle 21.00, per il “Festival Estate”, organizzato dall’Amministrazione Comunale di Campi Salentina, su invito della Commissione Pari Opportunità, nei giardini della Casa Prato, in scena “Marini Vera fu Gaetano” di Elena Cantarone, regia di Mauro Marino.
Una pièce per voce sola.
Vera racconta la sua verità, la storia di donna che abita un sud ideale, crudele che graffia l’ anima e la dignità. Un tempo remoto e il crudo contemporaneo insieme in una fiaba che è cronaca a noi vicina. L’amore, il desiderio e le speranze. Tutto in un racconto tragico che non disdegna l’ironia e la comicità per sottolineare il paradosso di una vicenda a tratti surreale ed inquietante.
Una prova di scrittura che si fa prova d’attrice.
Elena Cantarone infatti è anche autrice del testo che porta in scena. Un impianto scenico semplice e scarno dove è proprio la scrittura che trova varco nella voce. Un teatro di parole accolto in una tessitura musicale di grande impatto e suggestione.
Marini Vera, donna semplice e rassegnata, subisce le sventure e si rifugia in un mondo tutto suo, sognando l’amore. Quando incontra Franz, realizza il suo sogno e finalmente, grazie al suo uomo, sente di aver raggiunto il riscatto sociale lungamente agognato. Fin qui, è storia comune a tante donne. Ma quando il sogno vacilla e Franz minaccia di andarsene, Vera reagisce a modo suo e la vicenda assume accenti di personalissima tragedia.
[…] “A casa, per prima cosa i bambini mi hanno chiesto dov'era andato papà e io gli ho raccontato che lo aveva chiamato il suo amico marinaio che gli aveva offerto un lavoro su una nave, ma un lavoro tanto buono che proprio non aveva potuto dire di no. L'avevo spinto io a partire che lui non ne voleva sapere di andarsene via senza salutarli, da tanto che gli voleva bene che alla fine era partito con le lacrime agli occhi. E questa è la storia che ho raccontato a tutti in paese, che ormai ci avevo una tale considerazione che ero sicura che se la bevevano. E infatti. Tutti in mano ce li avevo, come i piccioni! Pìo, pìo, pìo, pìo... E ogni tanto gli davo una briciolina: Franz ha telefonato, dice che sta bene, manda i saluti a tutti. Tanto, da una nave se ne possono fare poche di telefonate e chi s'è visto s'è visto”.
Elena Cantarone attrice, autrice di testi per la radio e la televisione, poetessa. Vive e lavora tra Roma e il Salento. Muove i suoi primi passi cinematografici in Ginger e Fred (1986) di Federico Fellini. Seguono poi La visione del sabba (1988) di Marco Bellocchio, La riffa (1991) di Francesco Laudadio, Ladri di cinema (1994) di Piero Natoli e Cresceranno i carciofi a Mimongo (1996) e Abbiamo solo fatto l'amore (1998) di Fulvio Ottaviano. In televisione la ricordiamo nel Don Chisciotte (1983) di Maurizio Scaparro, in Cuore (1984) di Luigi Comencini, ne Le due croci (1988) di Silvio Maestranzi e in Plagio (1997) di Cinzia Th Torrini. Il giudice Mastrangelo di Enrico Oldoini è del 2005.
di MM
C'è un libro che pone questo quesito:“Possono gli uomini divenire padroni di una vita umana al punto da eliminarla con disumana graduale crudeltà di comportamenti?”.
“Hannu sparatu, lu Padovanu, lu Ninu Bomba! Lu figghiu te l'Americanu! Ddoi cu lu cascu. L' hannu piombatu”. Chi era? Un pregiudicato! Uno di quelli pesanti. Un capo.
Era nato a Gallipoli la notte di Natale del 1960, così c'è scritto sul suo website, e ancora leggiamo: “sin da giovinetto, canta l'amore per la vita con passione e sensibilità, sentimenti immutati nonostante un destino inclemente. Sconta una pena rigidissima, il 41 bis, un'enorme sofferenza. Nei lunghi venti anni di dura detenzione per tornare nel mondo di fuori, che non si può né vedere né toccare, scrivere è continuare a sperare. Per Salvatore la fantasia è anelito di vita. Lì dove il tempo si ferma, narrare nel vuoto sorvegliati 24 ore su 24, è servito a non morire”. Dal 2006 era “libero”, uscito dal carcere, il nove marzo scorso il suo libro 'Da Ciano all'11 settembre', edito da Cosimo Lupo, è stato presentato a Gallipoli.
Oggi non c'è più. Ucciso da uomini divenuti padroni della sua vita, come Ciano, il protagonista del suo romanzo, “era dotato di uno spirito che rifiutava di identificarsi con la realtà del suo corpo, procedeva con apparente sicurezza (...). Lui”, anche ieri, “era lì, solo con i suoi pensieri”... Non sapeva che il passato “lo teneva stretto ancora (...) tra gli artigli di una 'giustizia' bruciante come il fuoco del demonio, inclemente come i fulmini, netta come la folgore. Talmente ingannevole e persecutoria, che non gli aveva mai permesso, e non gli permetteva” quel riscatto che tentava ogni giorno di conquistare ritrovandosi nell'arte, nel fare, nel comunicare.
Un altro tribunale aveva deciso per lui, non quello dello stato che glia aveva reso, scontata la pena, la libertà, ma quello spietato e vile delle camurrie.
Non è facile farsi nuovi, non tutti possono comprenderlo.
E ancora troviamo le sue parole “sembrò che ultimamente tutto si muovesse per il giusto verso: ottenere la semilibertà… avere un lavoro… respirare l’aria della libertà… e intanto volò con la fantasia a rincorrere il tempo passato che, come non mai, sembrava rinfrancare il suo animo”:... “una profonda pietà, in questo mentre, per me stesso detenuto. Per tutti gli altri detenuti, per l'assistente capo che mi ha buttato la Madonna, per tutta la società che vorrei liberare dall'orribile tenebra in cui è rinchiusa. Ma cosa posso fare? Cosa posso cambiare io? Cercherò di poter fare di meglio, ma scusatemi se non mi sarà possibile concludere nulla”.