Che fa la Fabbrica, già chiude? La Fabbrica di Nichi, dico! C'è rumori che smorzano l'entusiasmo... la 'realpolitick' s'insinua, fa i conti, inizia a misurare le alleanze e più o meno sottotraccia sembra consigliare cautela..., molta cautela! La matematica politica ha le sue regole, il quadro è complesso e la coperta se la tiri da una parte scopre l'estremo opposto.
Lo stesso Vendola dice sulla Gazzetta del Mezzogiorno di ieri: «Quello che farò il 15 di novembre lo farò il 15 di novembre. Prevalentemente, in quella occasione, farò un bilancio di questi cinque anni di governo e racconterò l'idea che ho del futuro della Puglia, la mia visione del nostro territorio, del Sud, del Mediterraneo. Questo sarà il cuore della giornata. Poi, da qui al 15, possono accadere tante cose».
E le cose sembra che già accadano! La stella di Michele Emiliano, neo presidente dell'Assemblea Regionale del Pd, sembra prendere nuova luce! E Casini? Pierferdinando che deciderà!? E la signora Adriana Poli Bortone - la “buona candidata” di Rocco Buttiglione - un po' ammaccata per le di casa, che vuol fare? Ieri a Bari ha chiamato a raccolta la sua gente per ri-lanciare la sfida di Io Sud.
Insomma tutto in movimento...
A Lecce, l'annuncio della Fabbrica di Vendola non sembra raccogliere grandi entusiasmi. I lanci fatti su blog e facebook non hanno raccolto grandi adesioni. Le persone sentite per telefono, rispondono fredde! Quando le incontri ti fanno facce dubbiose e l'interrogazione si trasforma in ripetuti “non so”! Come mai? C'è soggezione, s'è perso smalto, scomparso l'orgoglio. Il Salento non è più quello del 2005! Molto, in questo veloce giro di anni, è cambiato. Il clima, la politica e anche le persone! Un Salento, in alto nelle classifiche del gradimento turistico, ma con l'affanno! Quasi che nella scalata avesse perso motivazione e smalto! Un Salento senza sinistra e senza speranza di sinistra. Mortificato!
Artisti per Nichi, che a Lecce iniziò a prendere forma come fenomeno regionale e non solo, fu un miracolo della spontaneità e dell'entusiasmo. Due artiste, certo sensibili alla politica, ma soprattutto artiste, si armarono di volontà e con grande passione costruirono quella tessitura di relazioni che dette gambe ad un agire che giorno dopo giorno imparò a confrontarsi con le cose della campagna elettorale mantenendo acceso, fino alla fine, lo spirito informale della ricerca. Il comitato che nacque su Viale degli Studenti strappò ai partiti la prerogativa del controllo delle iniziative divenendo il centro di attrazione di energie diverse che accoglievano l'idea e il desiderio di una Puglia migliore, fino alla fine, quando divenne il quartier generale della conta finale. I Ds proposero di spostare tutto all'Hotel Tiziano ma non ci riuscirono!
Ecco quello smalto s'è perso, usurato, quasi che quella stagione avesse segnato l'epilogo d'un fare comune che all'indomani della vittoria del Presidente poeta a preso a sfilacciarsi. Di chi la responsabilità? Qualcuno, nell'incontro tenutosi a Bari alcuni giorni fa per avviare il lavoro per la Fabbrica di Nichi, poneva il problema del dopo campagna con un significativo: ma dopo ci metterete in cassa integrazione?
Questo è successo nel 2005, i comitati che erano una nervatura diffusa della novità pugliese furono rottamati. Alcuni “colonelli” trovarono l'agio della promozione, altri, tanti altri, tornarono alle loro routine. Sarebbe stato bello fare i bolscevichi! Istituire i “soviet”, mantenendo acceso, nell'informalità della ricerca, senso critico e sguardo. “Consigli” aperti al territorio, luoghi di scambio e di confronto dove decantare le opinioni, gli umori, le incazzature. Chè quelle son presto venute! Forse ci saremmo risparmiato quello che è accaduto! Forse Nichi avrebbe avuto modo di fare il tosto un po' prima... Forse! Forse sarebbe stato meno solo e chi lo sosteneva più felice di sentirsi utile, attivo nel mutare il “sentimento” in pratiche di altra politica! Forse!
Il 15 novembre Nichi Vendola avrà la sua “Fabbrica”! Un grande open space, in un padiglione della Fiera del Levante, darà l'avvio alla lunga marcia della campagna elettorale del 2010 per il rinnovo della consiliatura della Regione Puglia.
Che strana sensazione essere lì, in via De Rossi, a Bari, ierilaltro, tantissimi i convenuti, in quello che presto sarà il 'centro risorse' della nuova battaglia di Vendola. Anzi, delle due battaglie: una per confermare con certezza la candidatura, l'altra per tornare a sedere sulle scomode poltrone del potere. “Abitare il potere senza farsi abitare dal potere” diceva “qualcuno” e Nichi Vendola con lui! Questa la prova a cui chiama la “nuova” politica!
Era già accaduto nel 2005, quella volta l'incontro era in uno spazio era diverso: il sotterraneo di un circolo Arci, accoglieva la militanza “carbonara” della “rivoluzione gentile”.
Avremmo vinto, lo sapevamo già! Abbiamo vinto!
Un indeterminato sentire politico si era fatto idealità nell'animo di molti! Nichi Vendola il maieuta di quel sentimento! Che avventura e che sfida le primarie - la prima volta in Italia - nel gennaio di quell'anno, che entusiasmo, che generosità e che energia il “motore” che lo portò sino in fondo prima contro il centro sinistra e poi contro lo scuro Raffaele Fitto. Anche quella volta due battaglie!
Quella grande comunità attiva oggi non c'è più! Il motore è fermo! Bisogna pensarne uno nuovo, politico questa volta: capace di politica!
Già, la politica. Dove trovarla? Come toglierla dall'usura di questo disgraziato tempo che non sembra avere più lingua capace di muovere le coscienze? Come tirarsi fuori dallo sgomento che avvita i pensieri, le opinioni, il senso critico.
Ripartire dal racconto, la risposta! C'è l'unicità di un'esperienza da difendere tentando una tessitura di ciò che questi anni hanno rappresentato per la Puglia.
Com'era la macchina amministrativa quando Vendola ne ha preso la guida? Quale 'potere' la permeava e l'assoggettava? Quali sono i meccanismi che governavano e governano (ahinoi!) la sanità? Com'era organizzata la Protezione Civile e com'è ora? E il Territorio è traversato da nuove visioni programmatiche e progettuali? E la questione energetica? E le politiche giovanili? Com'era il lavoro degli assessorati prima e come si è trasformato in questi anni? C'è una Puglia migliore?
Domande che possono mutarsi in narrazioni, in testimonianze vive, capaci di attivare sguardo! Di muovere ancora la responsabilità di una comunità che necessariamente deve allargarsi per contagio di consapevolezza. Raccontare è svelare a chi non sa! Non astruse teorie, ma cose vere, tangibili, incidenti nel cambiamento.
In questo divenire orizzontale le speranze. Ed anche in una capacità di 'autocritica' che deve saper “dire” sino in fondo (anche e soprattutto) riconoscendo i punti deboli, gli errori, i passi falsi compiuti, in questi anni di governo. E' necessario! In questo lo scarto utile, la differenza: mostrarsi per ciò che si è dato, per ciò che si è osato e tentato! Sì, tentato perchè non è facile mutare ciò che appare consueto e comodo in una macchina amministrativa complessa come la Regione.
C'è il bene comune e ci sono gli interessi particolari. C'è l'ampio guardare e il piccolo piccolo della meschinità che vuole solo un tornaconto immediato. Questo abita nei Palazzi!
Nichi Vendola c'era ierilaltro in via De Rossi. Anche a lui il compito di raccontare. Sappiamo che lo sa fare! Tante volte da queste pagine nei suoi confronti si sono mosse critiche, anche molto frontali, schiette, rabbiose! C'è mancato in questi anni un Nichi testimone del suo fare! Un Nichi di strada, fuori dalla sua automobile, fuori dalla solitudine del Palazzo. Egli è parte di un sogno, non è il sogno! Dovrà essere sino in fondo quella parte, tornando in Fabbrica, operaio con gli altri. Facitore di progetto! Già lo sappiamo, lo sa fare!

Dobbiamo rifare l'Unità d'Italia. E allora, ripasso risorgimentale! Ché qualcosa bisogna rivederla, anche non volendo...
Arrivavano i “nostri”! L'esercito Borbonico sferrò l'offensiva sul colle di Pianto Romano, a Calatafimi, i numeri non c'erano. Pochi uomini, anche se erano “Mille” e l'armamento non all'altezza della situazione. Che fare? Ritirarsi? Suspance ed incazzatura dell'Eroe dei Due Mondi.
E' su questo interrogativo che l'anetoddica risorgimentale interviene e fu così che il “nostro” Giuseppe Garibaldi, volgendosi al solito Bixio, lo esortò: «Nino, qui si fa l’Italia o si muore!”
Era il 15 maggio 1860 e nonostante tutto si vinse, ad arretrare furono le truppe 'napoletane'. Le camice rosse erano sbarcate in Sicilia pochi giorni prima, l'11 maggio, a Marsala.
Via alla conquista!
Più tardi, il marchese Massimo D’Azeglio - politico e artista, lo sporcacciun, il nomignolo che si guadagnò presso le dame di corte - affermò: «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani» ed ecco spiegato il far salti sul letto grande! Scherzo!!!
Sono passati centocinquant’anni ma a quanto pare l’Italia è rimasta “un’espressione geografica” lo disse il 2 agosto del 1847 il Principe Klemens Von Metternich, conte e diplomatico d'Austria che anche disse: «In Europa allo stato attuale esiste un solo vero uomo politico, ma disgraziatamente è contro di noi. È il conte di Cavour». Ahi! Basta con questa infilata di citazioni! Veniamo a noi. Anzi a Brunetta! Ha scritto un libro il Ministro Renato, il suo secondo dedicato al Sud. Il primo, edito da Donzelli nel 1980 titolava 'Sud. Alcune idee perché il Mezzogiorno non resti com'è'. Generoso, veramente apprezzabile!
Il secondo, sempre per i tipi dell'editore romano, ha un titolo che è il fallimento del precedente visto che questa volta al 'Sud', l'ineffabile Brunetta dedica soltanto 'Un sogno possibile'. La ricetta è cambiata. Non c'è la chiarezza dell' “alcune idee perché ... non resti com'è”, c'è la vacuità del sogno. E il sogno si fa dormendo. E allora sogniamo anche noi con il Ministro Renato.
Premesso «che il Sud ha, essenzialmente e prioritariamente, bisogno di una nuova classe dirigente», il Doge della Funzione pubblica, s'abbandona alla visione e in trance spara: «Serve un nuova spedizione dei Mille». Stavolta per l'invasione bisognerà arruolare «al Nord funzionari e dirigenti pubblici esperti e capaci da inviare a Sud». (Grande gag!) E, ricordando le gesta del patriota palermitano Rosolino Pilo - “precursore nobilissimo di libertà”, che spianò la strada alla presa di Palermo, morto combattendo per la patria italiana il 21 giugno del 1860 - vaneggia un «Operazione» in suo nome. E già, perchè per la riuscita dell'invasione non si potrà fare tutto da soli, si dovrà puntare sugli “insorti” locali, chessò a Palermo potrebbe tornare combattente Marcello Dell'Utri, tanto per fare un esempio, lui certo la strada la può spianare!
Lo sapevate no? Chi è che comanda in Italia? Cioè chi decide il “fa e disfa”? Il Governo? Il Consiglio dei Ministri? Non, no, non proprio. Chi comanda è Lui, il Nostro Lui, Silvio! Meno male che c'è, perchè quelli che s'è messo intorno dimostrano d'essere dei semplici attendenti. Dei “sbriga carte”. E, da una settimana a questa parte lo ammettono pure, candidamente, nelle dichiarazioni ufficiali. Tornato dalla Dacia, il Nostro Lui, non la fa passare liscia a nessuno, nonostante la scarlattina. E' tornato pupo, papi... e permalosetto!
Ma torniamo all'interrogazione.
Chi la fa, l'economia? Giulio Tremonti. No, sbagliato il pensiero economico e le linee guida le fa e le disfa Silvio, l'unico vero self made man che l'Italia ricordi da che esiste lo Stivale! Titolato no? E dunque scontato che dopo le beghe e lo straparlare sul posto fisso (che è meglio del la flessibilità) e sul taglio dell'Irap, Giulio, ridotto da Ministro a Commercialista, dovrà accettare che Silvio Berlusconi metta bocca nella politica economica, non sia mai che diventi campo esclusivo del Professore di Sondrio.
E la Giustizia, chi guida il Ministero di via Arenula, a Roma? Angelino Alfano! No, sbagliato sempre lui - pardon, m'è scappata la minuscola - Lui! Nonostante i giudici comunisti ieri il “Consiglio dei Ministri” ha approvato il decreto legislativo che dà attuazione alla riforma del processo civile: previsto l'istituto della mediazione generalizzata per la conciliazione delle controversie civili e commerciali. Il provvedimento dovrà ora essere sottoposto al Parlamento per il parere delle commissioni e poi tornerà a palazzo Chigi per l'approvazione definitiva. Iter parlamentare, direte, sì, ma questo è... «Un altro impegno mantenuto grazie alla sollecitudine del presidente Berlusconi che si sta dedicando al sostegno politico di questa riforma del processo civile in modo straordinariamente attento ed efficace, considerandola come una parte importante delle politiche economiche che debbono rilanciare la competitività del sistema Italia. L'efficienza della giustizia civile è concepita dal presidente del Consiglio come una leva fondamentale di politica economica». Parola di Angelino!
E di chi è la televisione pubblica? Di Silvio, di Silvio! Lui fa le irruzioni. Ama l'invettiva e figurarsi se non gli è data la facoltà del blitz! Ieri fegatoso è intervenuto in diretta via telefono: «L'anomalia italiana non è Silvio Berlusconi, ma sono i pm e i giudici comunisti di Milano che da quando Berlusconi è sceso in politica lo hanno aggredito in tutti i modi. I pm sono la vera opposizione nel nostro Paese». Tutti zitti e buoni quando parla Lui!

Due conferenze di Roberto Pazzi a Lecce
Lunedì 26 ottobre, alle 20.00, al Fondo Verri
“Il piacere della carta nell’era in cui si profila il libro digitale”
Martedì 27 ottobre, alle 10.30, nell’Aula Ferrari dell’Ateneo
“Narrare ad occhi ben chiusi, ovvero la rivincita della visione sulla vista”.
(a cura di Alessandro Turco e della prof.ssa Anna Colaci)
Torna ancora una volta a Lecce - dopo il successo degli incontri salentini, tenuti nei mesi scorsi - lo scrittore ferrarese Roberto Pazzi. Prendendo spunto dal suo ultimo libro, “Dopo primavera”, edito da Frassinelli, con cui ha appena vinto il “Premio Siderno”, assegnato da una giuria presieduta da Walter Pedulla, Pazzi conferirà sulla passione della lettura, con una comunicazione sul tema “Il piacere della carta nell’era in cui si profila il libro digitale”. L'appuntamento è al Fondo Verri, lunedì 26 ottobre 2009, alle 20.00. Roberto Pazzi, reduce da un viaggio in Canada, dove ha rappresentato il nostro Paese per il “Festival della Letteratura Internazionale del Quebec”, e da Ginevra dove è stato ospite del Salone del Libro francese, insieme a Luciano Canfora, riceverà il 25 ottobre, a Potenza, il Premio Internazionale “Basilicata” alla carriera, dalla giuria coordinata dal critico Leone Piccioni. Il 27 ottobre, a Lecce, nell’Aula Ferrari dell’Ateneo, terrà un seminario dal titolo: “Narrare ad occhi ben chiusi, ovvero la rivincita della visione sulla vista”. Gli incontri sono organizzati da Alessandro Turco in collaborazione con il Fondo Verri e la Facoltà di Lettere e Filosofia - Dipartimento di Filologia Classica e Scienze Filosofiche dell’Università di Lecce, a cura della prof.ssa Anna Colaci.
Roberto Pazzi, docente universitario, poeta e narratore ferrarese, tradotto in 26 lingue, svolge un’intensa attività di conferenziere nei vari paesi del mondo dove è diffusa la sua opera. La sua pluripremiata produzione comprende sette raccolte di versi – fra le quali Calma di vento (1987, premio Eugenio Montale) e Talismani (2003) – e diciassette romanzi, dei quali si ricordano Cercando l’imperatore (1985, Premio Selezione Campiello, Premio Bergamo) La principessa e il drago (1986, finalista Premio Strega, Premio Rhegium Julii), La malattia del tempo (1987), Vangelo di Giuda (1989), Super Premio Grinzane Cavour, ripubblicato nel 2006 da Sperling & Kupfer), La stanza sull’acqua (1991, Premio Penne), La città volante (1999, finalista Premio Strega). Per Frassinelli ha pubblicato Conclave (2001, Premio Scanno, Premio SuperFlaiano, Premio Comisso, Premio Stresa, Premio Zerilli Marimò della New York University), L’erede (2002, Premio Maria Cristina, finalista Premio Viareggio), Il signore degli occhi (2004), L’ombra del padre (2005, Premio Procida Isola di Arturo Elsa Morante), Qualcuno mi insegue (2007).
La penna di Roberto Pazzi scava nell'interiorità, nel profondo di angosce esistenziali: è "un viaggio nella mia malattia, una mappa delle mie ossessioni nella mia testa scissa in due"; e nel contempo la sua scrittura ‘spicca il volo', è leggiadra - a tratti irriverente, ma sempre ardita e provocatoria.
Nella classifica mondiale per la libertà di stampa stilata per il 2009 da Reporters sans Frontières l'Italia è stata declassata al 49° posto. L’anno scorso era al 44°, ma in tre anni il nostro paese è sceso di ben quattordici posizioni: era al 35° nel 2007. Ora si colloca appena prima della Romania e dopo HongKong. Retrocedono anche la Francia e la Spagna (posti 43 e 44), mentre l’America di Obama guadagna venti punti salendo al 20° posto della classifica, che esamina le violazioni sulla libertà di stampa effettuate tra il primo settembre 2008 e il 31 agosto 2009. Per l’Italia si parla di «degrado», dovuto «alle vessazioni di Berlusconi nei confronti dei media; le ingerenze crescenti, le violenze della mafia contro i giornalisti che si occupano di criminalità organizzata». Vabbè, è cosa ininfluente!
E' ininfluente che in Italia nel Tg1 e nel Tg2 si registri un forte squilibrio del tempo di presenza dei partiti e delle istituzioni tutto a vantaggio del Governo (il 55%).
E' ininfluente che Silvio Berlusconi abbia annunciato di voler modificare la legge sulla par condicio prima delle elezioni regionali di marzo in favore dei grandi partiti.E' ininfluente che il Presidente Giorgio Napolitano abbia giorni fa affermato che «anche in sedi Europee e non in riferimento ad un solo paese» sono necessarie proposte di innovazione normativa in materia di informazione che tengano conto del cambiamento e dell'evoluzione sociale.
Non conta, è ininfluente!
Al Parlamento Europeo non ci sentono e il tentativo del Centrosinistra di varare una risoluzione - firmata tra gli altri da David Sassoli e Luigi de Magistris - sulla “libertà di informazione in Italia e nell'Unione Europea” s'è risolto in un nulla di fatto, bocciata per soli 3 voti. 338 i contrari (tra cui Vincenzo Iovine dell'Italia dei Valori), 335 i favorevoli e 13 astenuti (tra cui tre esponenti del Gruppo dell'ALDE (liberali) di cui fa parte l'IdV). Povero De Magistris, e poveri noi!
Nel testo - ostacolato dal Ppe perché diretto “esclusivamente a colpire il governo di Silvio Berlusconi” - il centrosinistra parlava di mezzi di comunicazione “sotto attacco”; della necessità di garantire il pluralismo dei media in Europa; della questione dei conflitti d'interesse e delle interferenze compiute dal governo italiano sui media nazionali e stranieri.
“I bugiardi faziosi sono stati smascherati. Il tentativo di denigrazione del nostro paese e' miseramente fallito. Di Pietro e la sinistra sono serviti, e si confermano forze marginali, perdenti ed anti-italiane” ha prontamente esclamato Maurizio, il Gasparri. La solita pippa!
Se vi è capitato di vedere la televisione vi sarete accorti che un clima da stadio ha travolto il bon ton istituzionale e, l'austera Aula del Parlamento di Strasburgo s'è fatta arena di clamori. Applaudivano quelli del Centrodestra (quelli del PdL si muovevano ad incitare, tra i banchi) felici, felici, felici! Francesco Speroni, in maglioncino grigio, s’è provato in un vaffa gestuale esibendo un italianissimo manico d’ombrello emulato, alle spalle, dalla deputata n°615.
S'erano già scordato che poco prima del voto sul documento sostenuto da Idv e Pd era arrivata anche la bocciatura con 322 voti contrari, 297 favorevoli e 25 astenuti (numeri diversi eh!) della risoluzione presentata da loro in cui si affermava che in Italia la libertà di stampa non è minacciata ma garantita dalla Costituzione e radicata nella vita quotidiana dei cittadini. Che volete che sia, sapete come sono! Non fanno mai niente sul serio! Son bimbi felici, orgogliosi del loro Papi, l'unico italiano a cui tengono!
Dunque l'Europa se ne lava le mani! Non ha voluto metter becco: che bega 'sti italiani, Che bega!
Quelli della Gazzetta del Mezzogiorno c'hanno fatto rinnamorare dei briganti (passione antica) anzi, delle brigantesse, di una in particolare: Michelina De Cesare.
'Cercare' muove le passioni, il cuore! Scavi e ti trovi a ripercorrere storie, a farle rivivere nel tentativo di comprenderle intere, a colmare i “non so”.
Michelina nacque il 28 ottobre del 1841, a Caspoli una frazione del comune di Mignano Monte Lungo, in provincia di Caserta. Guerrigliera Michelina, sin da bambina. Ribelle, impavida e bella. Si fece Brigante le stava stretta la vita e la miseria. La sua arma era il presentimento, l'allerta, l'intuito che le permetteva di sentire prima quello che poteva accadere. La vita di una banda, la regola della clandestinità è la sorpresa. Essere sempre presenti, in strategia d'attacco. Così fu sino al 30 agosto del 1868: venduta allo 'straniero' liberatore, la banda di Francesco Guerra, il suo compagno, fu massacrata.
Francesco lo aveva incontrato nel 1862. Era un ex soldato borbonico, uno dei tanti renitenti alla leva indetta dal nuovo Stato Unitario, alla macchia si aggregò alla banda di Rafaniello (Domenicangelo Cecchino) alla morte di costui ne divenne il capo era il 1861. «Erano le dieci di sera, pioveva a dirotto ed un violentissimo temporale accompagnato da forte vento, da tuoni e da lampi, favoriva maggiormente l'operazione, permettendo ai soldati di potersi avvicinare inosservati al luogo sospetto; da qualche tempo si stavano perlustrando quei luoghi accidentati e malagevoli perché coperti da strade infossate, burroni ed altri incagli naturali, già si perdeva la speranza di rinvenire i briganti, quando alla guida venne in mente di avvicinarsi a talune querce che egli sapeva alquanto incavate, ed entro le quali poteva benissimo nascondersi una persona». Un fulmine illuminò la scena e fu la fine! La “druda” (così a sfregio venivano apostrofate le donne dei briganti o anche manutengole, che sta per fincheggiatrici) Michelina fu uccisa tradita dal fratello Giovanni che fu guida dei piemontesi. Spogliata fu esposta nella piazza del paese come monito alle popolazioni "liberate". L'effetto sulla gente, inorridita dall'efferata vendetta, fu opposto a quanto sperato dalle truppe d'occupazione: l'accaduto generò nuovi risentimenti che rivitalizzarono l'affievolita reazione armata antiunitaria. Oh Michelina! Che storia atroce, cruda! Che cosa cercavi? Riscatto, giustizia, amore?
Ci sono delle sue fotografie, la ritraggono in posa, seduta. Un fucile alla sua sinistra con la canna a tromboncino, nell'altra mano una pistola, un pugnale alla cintola. Vestita di panno grezzo, un pesante grembiule, un copricapo e sandali di cuoio intrecciato calzati su calze bianche. I capelli crespi lo sguardo serio, concentrato, torvo. Una bellezza cruda, intensa.Un'altra fotografia colorata la mostra in piedi. Anche qui, la lunga schioppetta vi poggia il gomito, la mano cade 'civetta', l'altra l'altra a cingere il fianco. L'atteggiamento è seduttivo guarda di traverso con gli occhi puntati, a sfida. Che libertà Michelina, sapevi di essere bella! Nessuna soggezione traspare, solo orgoglio, solo coscienza! Ancora un'immagine: è quella di Michelina fotografata dopo la sua uccisione, aveva 27 anni. Gli occhi pesti, la bocca semiaperta porta ancora ombra del suo temperamento, pare sorridere! I capelli tirati indietro scoprono un orecchio. Il seno è scoperto.
C'è un romanzo storico che racconta la storia di Michelina De Cesare, “Gli anni del sole stanco” il titolo. L'ha scritto Fulvio Capezzuoli per Edimond, anche lui commosso dalla sua bellezza profonda. C'è un passo di un'intervista all'autore che riporto. Chiarifica ciò che accadde! Materia utile a ciò che oggi diviene interrogazione e travaglio.
«Io non metto in discussione la necessità del processo di unificazione. Nel romanzo faccio dire a Cavour che, senza unità, i tanti staterelli non avrebbero mai avuto nessuna forza economica o politica, e questo è anche il mio pensiero. Considero in modo più che negativo coloro che oggi (leghisti soprattutto) parlano di autonomie. Purtroppo l'unità del paese passò, allora, sulla pelle del meridione, soprattutto di quello povero, che divenne ancora più povero. Il Nord, nel 1860, aveva bisogno di risorse, perché tre guerre consecutive (Crimea e le prime due d'indipendenza) avevano prosciugato le casse del Piemonte, e le ricchezze del Sud servirono a riempire quei vuoti. Una successiva politica saggia avrebbe consentito di ridistribuire quelle ricchezze in tutto il paese, e forse Cavour avrebbe operato in quel senso. Ma morì subito dopo l'unità, e i governanti che lo sostituirono, i Rattazzi, i Ricasoli, i Menabrea, erano politici mediocri, legati agli industriali e agli agrari del Nord e si accanirono con tasse e gabelle su quella parte del paese che veniva da loro considerata terra di conquista; da ciò nacque la tragedia che ho citato sopra, e che portò, negli anni successivi alla migrazione - verso le Americhe prima, verso il Nord Europa poi - di tanta popolazione del Sud».